Karletto

“Tutte le mattine devo alzarmi odiando qualcuno.” Prof.F.Scoglio

Mesi dopo

forse troverete il tutto fuori luogo. si parla di stadio, di ultras e di una storia vecchia – questo l’ho scritto attorno al 25 settembre, quando ho saputo che le BNA si sono sciolte. Però ci tengo, però questo pezzo di carta è appeso nella loro ex sede e la cosa mi rende orgoglioso.
perchè allora non dico e scrivo solo stronzate.
e due giorni fa si è sciolta la fossa dei leoni del milan, e un po’ di fratelli lì dentro ce li avevo, e quindi questo è anche per loro.

Da alcuni anni frequento la curva nord dello stadio di bergamo. O meglio, frequentavo, dato che da un anno suppergiù la domenica pomeriggio la passo in altro modo.
Non sono mai stato un tifoso accanito, sono sempre stato, quello sì, atalantino.
Non mi importava di vederla in a o in b, mi sono visto degli atalanta reggiana, squallidi pareggi, sotto la pioggia, senza nulla in palio.
Qualche trasferta l’ho fatta, nulla di che, l’atalanta è sempre stata una passione sana e continuativa per una decina di anni, un vanto ad andare in giro per il mondo e dire “sono di bergamo, la città dell’atalanta”.
quante sciarpe ho regalato ad amici sparsi in tutta europa.
Sciarpe neroblu, e dietro ci stava la fierezza di essere un figlio di gente alla buona, che in casa parla ancora dialetto e la domenica mangia la polenta, anche a ferragosto. Erano sciarpe neroblu regalate a ragazzi spagnoli, baschi, tedeschi, bosniaci, serbi, kosovari.
Ho avuto la fortuna di girare un po’ e mai ho staccato dal mio zaino una toppa neroblu che indicava la mia provenienza, ma soprattutto un modo di essere.
Era, ed è, perchè la toppa è ancora lì, una pezzo di stoffa con ricamato sopra “brigate neroazzurre atalanta”.
Perchè tutte le volte che sono andato “al stadio” [e, credetemi, l’ho fatto centinaia di volte], l’ho fatto in un certo spicchio della curva.
lì, in mezzo a ragazzi dei quali sapevo il nome oppure ci bevevo insieme, in qualche bar della provincia. conosciuti così, per caso, fra una serata alcoolica e amicizie in comune.
e comunque li ho sempre visti lì, li ho sempre sentiti come fratelli, come ragazzi di paese come me.
che poi io mi sia messo a fare certe cose [politica la chiamano, so solo che a differenza di qualche consigliere
comunale e segretario cittadino io ci ho sempre messo passione, notti insonni, denunce, botte e soldi miei…] non cambiava. sentivo che per loro stare in balconata e dire “sbirri di merda” era qualcosa di più che un riempitivo della domenica. li sentivo affini, li sentivo comuni a me quando il lunedì di svegli con gli occhi cisposi e devi andare a lavorare, e lavorare per un padrone. e lavorare ti fa schifo.
e ti schifano le telecamere in giro per la tua città, ti schifano gli abusi di potere, ti schifano i fighetti. e che “stare insieme” per l’atalanta era qualcosa di altro, era stare insieme nella vita, essere amici, solidali, contro lo schifo che ci attanaglia, che questo sia il “calcio moderno” o la fame nel mondo.
E che i rapporti umani, le persone, contano di più di qualunque cosa.
Ho imparato questo, e l’ho imparato insieme ad altri miei fratelli a redona, nel 1996, quanto diedi il mio contributo all’esperienza del centro sociale eta beta. Non era ribellismo giovanile, era una boccata d’aria per
tutti, per un quartiere popolare dove anche i ragazzi delle brigate avevano scelto di avere sede. Ho imparato a stare in silenzio ad occhi lucidi durante la finale del torneo delle brigate, a pensare che i loro
amici scomparsi potevano sedersi gomito gomito a me in qualche bar, o avere fatto le scuole con me.
ho imparato il rispetto, l’essere e sentirsi comunità “altra”, in maniera diretta e istintiva, prima di riempirla con parole politiche che ci stanno e vanno bene, però arrivano dopo. ho bevuto con loro migliaia di bianchi sporchi prendendomi la libertà di parlare sia dell’andamento della squadra che della difficoltà a stare al
mondo in maniera così precaria e controllata.
ho ricevuto le loro telefonate quando sono stato accoltellato, e questo mi basta.
ci ho giocato a pallone per mandare i soldi in chiapas, perchè ragazzi come noi potessero giocare al pallone e magari sognare qualcosa, qualsiasi colore fosse la loro sciarpa.
ho scambiato idee, impressioni, birre con ragazzi come noi di terni, st.pauli, vallecas. Senza aspettarmi niente ma con la consapevolezza di avere dei simili in giro per l’europa.
uno dei “vecchi” delle bna ha anche provato ad allenarmi, insieme ad altri disperati, per giocare a calcio a 7 nel campionato più sgangherato di bergamo. Penso ci abbia odiati per l’indisciplina e il poco impegno, ma se abbiamo vinto dopo tre anni il torneo del bae beh, la mia piccola parte di panchinaro va anche al “Mister”, quello con la M maiuscola.
Che voglio dire? probabilmente nulla, se non mandare un abbraccio a chi ho incontrato allo stadio [anche quella sera con il real sociedad, c’erano amici milanesi e c’era un amico che ora non c’è più, Dax], nelle strade di bergamo, in un corteo o davanti ad una birra.
perchè so che è meglio essere uomini che ultras.
che ci sia sempre un brindisi da fare insieme

colonna sonora:
vasco rossi
rino gaetano
frammenti
assalti frontali
la verbosità dei miei amici sulle ex fidanzate

non, je ne regrette rien

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