Karletto

“Tutte le mattine devo alzarmi odiando qualcuno.” Prof.F.Scoglio

Super Nacho

Torno a scrivere su teppismopuntoorg dopo un po’ di tempo, ma la a-periodicità degli interventi teppistici è sempre stato un dato di fatto, e un po’ ci piace così.


Sono le 2.07 e mi ritrovo encore nella lussuosa suite che il comune di Bergamo e caritas mi hanno messo a disposizione per l’anno a venire, come da voci di corridoio fino al 1° luglio. Connessione 56.6k., come anni fa, quando per scaricare un emmepitrè ci mettevi giusto quell’oretta.
Ora che te li scarichi in 5 secondi ne trovi anche di più.
C’è più musica , più film, più intrattenimento.
yùtiub, maispeis, gugolvideo.
Io la prima volta che ho visto internet mi trovavo nella sala fotocopie del Liceo Classico P.Sarpi che ho frequentato fino a farmi dare l’unico attestato del quale fino ad ora mi fregio, ovvero un diploma di maturità classica con la votazione di 36/60.
Solo 10 anni fa, e intanto la tecnologia ha cambiato, è cambiata, ci condiziona in maniera abbastanza invasiva [quando voglio so dire delle banalità notevoli. Sarà il fatto di essere luogocomunista].
Era l’anno di grazia 1995 o 1996, probabilmente a casa avevo un 286 con 20 mega di hd e mi trovavo davanti a questo mondo fantastico dal quale potevi sapere in tempo reale i risultati del campionato brasiliano di calcio, vero e proprio tormentone per noi gioventù malata del periodo [a quell’età uno pensa a limonare, al motorino, al massimo alla serie A e alle interrogazioni…. noi ci perdevamo fra Brasilerao, punk, fanzine, droghe e politica. Di limonare non se ne parlava] insieme alla squadra simbolo per noi, ovvero il Gremio e a un paio di calciatori icona, Ivan DeLa Pena [al quale assomigliavo ma più grasso. Io, non lui] e Franz Carr , fulgido esempio di socialismo applicato alle masse con 6 presenze e un gol nella Reggiana 96/97, modello di conflitto capitale-lavoro applicato nel periodo postfordista.
Forse di questi argomenti tra le altre cose ho già scritto, ma siccome l’utilizzo di thc suggerisce di tenere allenata la memoria mi sembra giusto rendervi partecipi, in maniera anche ripetitiva, della mia adolescenza.
Dicevo che siedo dietro ad una scrivania di finto rovere degli anni 50, con un cassetto centrale tutto sbrecciato, tanto che il maglione mi si impiglia.
Avete presente le vecchie sedie delle scuole elementari o delle lezioni di catechismo? quelle con uno strato di legno verniciato che veniva immancabilmente via ed era quasi un piacere levarlo, a piccoli pezzi. fino a lasciare nuda l’altra anima in legno della sedia… Ecco, il cassetto è dentellato così.
L’arredamento è fra il vintage e il neopovero, con 3 sedie diverse l’una dall’altra: due sono simili, una marrone e una grigia, di plastica con le gambe in ferro, tipiche da cineforum dell’oratorio. Sono quelle che puoi unire l’una all’altra tramite appositi gancetti. L’altra è di legno con la seduta di paglia, da ristorante della media valle seriana. Il letto da ospedale oggi è rifatto con delle lenzuola che a stento trattengono il materasso – troppo alto.
Sì, ora mi ricordo di avervi già parlato dell’ambiente da casa di adolescente bulgaro degli anni ’70 del mio posto di lavoro.
Solo che qui la connessione a 56.6 salta in continuazione per qualche complotto ordito da oscure trame che controllano i coltivatori di barbabietole.
Oggi il dormitorio è stato placido, giusto il tempo di scambiare un paio di riflessioni – delle quali vi renderò partecipi – con il Collega Operatore Molto Qualificato che mi affiancava.
Prima riflessione: notizia di Radio Popolare sentita dallo splendido stereo della cucina [becera sottomarca made in taiwan, ma ho letto degli articoli sull’ultimo numero di internazionale e non mi faccio gabbare dagli asiatici, no no] sulla morte di due clochard a Roma.
Ormai è cronaca, ne fanno cronaca, delle morti per il freddo.
Intanto, il sommerso dei senza dimora, dei veri invisibili [quelli che non hanno un documento ma soprattutto nessuna prospettiva], c’è. Esiste, è tangibile.
Mi verrebbe voglia di parlare di tutte le persone che ho visto nei 3 anni che lavoro in un dormitorio per l’emergenza freddo, i visi imbesuiti dall’alcool o scavati dal cantiere, le vene secche dell’eroina o suicidi per disperazione. Le storie di chi ce la fa o di chi muore di cirrosi, quelle di un ragazzo armeno di 21 anni piuttosto che di chi tiene famiglia in Marocco. Ragazzoni albanesi che ti parlano del G8 di genova e ti raccontano di un gruppetto di amici del Paese delle Aquile che hanno manifestato con tutto il Movimento e sosia di alvaro vitali rom serbi che a 28 anni non sanno nè leggere nè scrivere.
Un po’ di cinismo che ti insegue a fare l’operatore e il guardarsi Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano in compagnia di un paio di 50enni marocchini sul divano di casa propria.
Nulla, non c’è nulla, a parte una 30ina di posti letto nella stagione invernale.
Prospettive zero.
No future.
Solo un gran libro, il sole dei morenti di una delle mie icone narrative [e insegnante, suo malgrado, del rito del Pastis ], ovvero Izzo.
Seconda riflessione: stanno arrivando, da quest’estate, frotte di eritrei.
A nord principalmente a milano [nell’ultima occupazione eritrea ne hanno censiti 180, ma erano il doppio] e bergamo, dove nella più grossa struttura di seconda accoglienza ci sono 43 eritrei su 60 posti.
Tutti richiedenti asilo o rifugiati politici.
Con permesso di soggiorno in mano, e anche loro senza alcuna prospettiva.
Poi, mettendo insieme un po’ di inglese, gesti e quelle 3 parole di italiano, ti parlano di guerra, bambini soldato, villaggi sterminati, viaggi a piedi attraverso il sudan e la libia, giorni di mare, sbarchi a lampedusa, CPT [vengono tutti dai CPT di Crotone, Lampedusa e altro Sud vario], ridistribuzione nelle varie città italiane.
Rinnovi del permesso di soggiorno a foggia o crotone, situazioni indescrivibili dei CPT, la speranza di chi crede che qualcosa, da asilanti, si riesce a recuperare: un lavoro, una casa.
Un paio di chiose: l’amato giornale locale, il bugiardino , pubblica un reportage d’assalto sul caporalato nei cantieri edili.
Grazie al cazzo, lo sanno tutti, compresi gli stessi imprenditori leghisti che invocano la legalità contro i centri sociali e i clandestini e poi sfruttano questi ultimi a 3 euro in nero all’ora per 12 ore di cantiere.
Seconda chiosa: da gennaio la Romania entra nell’UE. Si prepara un’emergenza-Rom rumeni, che diventeranno cittadini comunitari. Pronti alle sparate della destra e dei media.
Intanto a bergamo si prepara qualcosa, si muove qualcosa fra questura, prefetto, mass media: nelle ultime due settimane 4 prime pagine sempre dello stimato organo di informazione locale parlano di retate, aree dismesse dove si accampano centinaia di migranti divisi in “quartieri” per provenienza, conseguenti retate, inchieste sul caporalato… Mah
Nel frattempo tengo occupato il cervello, per non pensare a matrimoni altrui e altra gente minima. Basta, certe parti del vissuto non meritano neanche di essere ricordate tanta la pochezza di alcun* protagonist* ai quali auguro le emorroidi alle orecchie [citazione dotta]. Non, je ne regrette rien. Ho già promesso che dopo questo annus horribilis il 2007 regalerà ricchi premi e cotillions, oltre che l’ennesimo avvicinamento alla soglia dei 30 anni.
Super Nacho: nella quiete del lavoro sono riuscito vedere questa ultima produzione geniale.
Vi dico solo: Super Nacho.
C’è di mezzo il bambino grasso con il moccio di “babbo bastardo”, e questo può bastare per solleticare la violenza gratuita che risiede in ognuno e vorrebbe sfogarsi su donne incinta, disabili, vecchi con l’enfisema e appunto bambini grassi.
Per spiegare il film: un incrocio fra marcellino pane e vino e l’uomo tigre con il costumista di Moira Orfei in trip.
Una delle peggio cose mai viste ultimamente [aspettando chiaramente Borat], e quindi sublime.

Nota di parziale sanità mentale: il collettivo di Indymedia italia si è riunito a Torino settimana scorsa.
Il sito di [contro]informazione “storico” del Movimento italiano sta cambiando, mutando.
Si dice che rischia la chiusura, e se leggete la fitiur ne capite qualcosa di più. Io posso solo dire che grazie anche a indymedia ho imparato tante cose [è una delle caratteristiche di fare Movimento… ora so montare un impianto audio, fare grafica, scrivere un volantino, parlare in pubblico, fare il dj, scrivere in html e tante altre cosine simpatiche. Di sicuro sono più stronzo e meno ingenuo], che mi sono trovato ad attraversare in maniera continua la comunità del suddetto collettivo e posso solo pensare che sia un cambiamento positivo. Forza, ce la si fa.
L’onda lunga del riflusso si sta facendo sentire ovunque, non solo nel centrosocialismo reale, nella mancanza di immaginario condiviso del movimento e nella precarizzazione forzata delle nostre esistenze.
Beh, comunque la rivoluzione prima o poi la facciamo.

piccola playlist delle 3.02:
visto: Super Nacho, Jay & Silent Bob Fermate Hollywood [altra perla], qualche puntata di My Name is Earl [mia droga personale], l’ultimo di Ken Loach
letto: il libro di mike davis sugli slums, appena uscito per feltrinelli serie bianca, internazionale vari numeri, linus annata ’89, Si è suicidato il Che di un giallista greco del quale ora come ora sfugge l’ortografia del nome, Lorenzo Sani “più sangue, larry”, J.Kennedy Toole [sì, lui, il genio di “una banda di idioti”] “la bibbia al neon”. In procinto di affrontare Toni Negri “goodbye mr.socialism”.
sentito: il pane e le rose – minnies, frontiera dal vivo, inoki dal vivo [e mi è piaciuto assai], isobel, vecchio scarpone, che sudaka, dupain, LaQuiete, l’ultimo degli Evens.
mangiato: burritos vegetariani, feijoada vegan, polenta taragna con funghi e patate al forno, torta salata ai porri, pizza ai broccoli, jalapenos con crema di formaggio
bevuto: peroni, leffe doppio malto, valcalepio, schweppes al pompelmo rosa, ron mulata, bavaria, nebbiolo.
fumato: un paio di sigari notevoli.
calci nel culo da dare: Alberto Ribolla [segretario del movimento giovani padani di bergamo], [re]azione giovani di bergamo, il governatore dello stato di oaxaca, israele, i vigili di ponteranica [bg].
odio a todo el mundo.
ps: mi sarebbe piaciuto parlare di emozioni nel rivedere certe facce, abbracci, bile vomitata, pensare che potrei essere innamorato della stessa persona dal 95, in fondo. Però devo tenere il cervello su altro. E citare éncore une fois il passerotto, edith piaf.

L’inverno Titì se lo portava dentro. In quell’istante, gli sembrò perfino che il freddo fosse più pungente nel suo corpo che fuori, per strada. Forse per questo non batteva più i denti, aveva pensato. Ormai non era che un unico blocco di ghiaccio, come l’acqua nei canaletti lungo i marciapiedi.
Un’insegna luminosa sopra la porta di una farmacia indicava la temperatura: 8° sotto zero. E l’ora: 20,01. Riparandosi a malapena in un androne, dalle 19,30 in poi Titì era stato a guardare i minuti sfilare. Poi l’aria gelida gli aveva annebbiato la vista. Si era reso conto che il furgoncino bianco dei Restaurants du coeur non sarebbe più passato, e che era inutile continuare ad aspettarlo. Qualunque pezzente di Parigi conosceva il percorso a menadito: Nation – République – Invalides – Porta d’Orléans. Ma da Hôtel de Ville non ci passava mai quella macchina di merda, mai. E invece lui era proprio lì, in place de l’Hôtel de Ville.
“E vaffanculo!” imprecò fra sé. “Titì, stai andando davvero fuori di testa!”. Ritornò con lo sguardo all’insegna luminosa, ma non riusciva a metterla a fuoco. “Beh, ho capito. Non è il caso di sbraitare tanto, coglione che non sei altro!” si disse.
Sì, stava uscendo di testa, ogni giorno un po’ di più. Anche Rico gliel’aveva detto, sin dai primi freddi. E di andare a farsi curare all’ospedale. Ma all’ospedale Titì non ci voleva andare.
“Va a finire che crepi” aveva detto Rico.
“E allora? L’ospedale è come morire. Ci entri in piedi ed esci lungo disteso. Ci andresti tu? Eh, ci andresti?”.
“Vaffanculo, Titì”.
“Vacci tu, cazzo!”.
Da allora Titì non parlava più. Non solo a Rico. A nessuno. O quasi. Non gli succedeva quasi più di parlare. Non ne aveva più la forza. Davanti a lui il semaforo diventò rosso per la seconda volta. “Inverno di merda” borbottò, tanto per trovare il coraggio di attraversare. A sentire le ossa sgretolarsi come stalattiti si era fatto prendere dalla paura. Eppure per imboccare l’entrata del metrò doveva attraversare la strada.
Jean Jacques Izzo, il sole dei morenti, ed.e/o

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