Karletto

“Tutte le mattine devo alzarmi odiando qualcuno.” Prof.F.Scoglio

Dedicato a Renato – Se bevi l’acqua fredda ti vengono le rane nello stomaco

Erano le 5 del mattino del 27 agosto 2006 quando all’uscita da una festa reggae presso il Buena Onda sul litorale di Focene, veniva aggredito e ucciso con 8 coltellate, da due giovani del luogo, Renato Biagetti. Un’aggressione premeditata avvenuta in pochi secondi. Pochi secondi e tanta ottusa e insensata follia, per infliggere otto coltellate dirette a punti vitali che hanno ucciso uno di noi…tutti noi.

Ho voluto ricordare quei giorni di un anno fa così, con un racconto. Prendetelo per quello che è, un racconto appunto, e fatene ciò che volete.

Verità per Renato

Sono un elemento della moltitudine
resto come un cane fantasma nella casbah che si muove in solitudine
in bilico fra luce e buio
perso sempre in qualche guaio che m’invento
qualche sbaglio di cui poi non mi pento
ti sorrido in modo sarcastico mi incastro nel traffico e penso in modo drastico
per questo sai che il nostro modo di avanzare è simile
tale e quale estremo fino al limite
ho i sogni dalla mia e un botto d’energia
ma non basta pe non annacce sotto a sta follia
lucida come la luce che dall’alto illumina
vivo nella giungla in cui chiunque vende l’anima
e chi è più infame se la comanna nel reame
do il 5 alla mia gente perchè so che con me è leale

(Colle Der Fomento – Oggi sono chiunque)

I martelli pneumatici rombavano dalle 7 della mattina, come da qualche giorno a questa parte.
La percussione sull’asfalto si univa alla monotonia del vibrare del gruppo elettrogeno proprio sotto la sua finestra, aperta per l’ultimo caldo di fine estate. Questi suoni  si accompagnavano alle voci degli operai che eseguivano gli scavi: voci del sud che si intersecavano con accenti padani e parlate del Maghreb.
La voce più alta, imponente, la più sbrigativa nel dare ordini, era siciliana, fra figghiebbottana e cristiemadonne.
Klaus stropicciò gli occhi, la bocca impastata e si appoggiò alla balaustra di ferro battuto della finestra per accendere la prima sigaretta della giornata. Winston pacchetto morbido.
Di conseguenza la sigaretta era spiegazzata, storta e lasciava le sue due o tre sorelle rimaste nel pacchetto per essere consumata come colazione, insieme a una generosa sorsata di acqua ghiacciata.
“Non bere l’acqua fredda appena alzato” gli ripeteva da bambino sua madre “ti vengono le rane nello stomaco”.
Rane o meno, gli serviva qualche minuto per ricollegarsi con il mondo e l’acqua fredda era parte della soluzione, dopo una notte agitata e costellata di sogni mattutini popolati da isole tropicali, spiagge, boccali di birra che galleggiano e altre amenità.
L’unica cosa buona dei lavori sotto casa era il blocco del traffico, l’assenza di veicoli e una relativa tranquillità nella pausa pranzo degli operai.
Il cielo fuori era bianco, lattiginoso, con una luce malaticcia e senza un alito di vento, Klaus iniziò a mettere in moto quello che restava del suo cervello e preparò la moka del caffè per il dopo pranzo, come qualcuno gli aveva insegnato. Ora lo faceva in automatico, in maniera metodica e abitudinaria, quasi fosse un rito.

Mancavano pochissimi giorni al suo ennesimo compleanno, lo stesso numero delle sigarette nel pacchetto stropicciato. Era tardi e Klaus doveva volare al lavoro, dopo aver mangiato qualcosa estratto a caso dal frigorifero, essersi fatto una doccia, e inforcato la scassata bicicletta grigia dalla ridicola sella gialla che aveva nominato suo destriero per  incunearsi nel traffico cittadino in orari lavorativi.

Pochissimi giorni, merda.

Klaus odiava il pensiero di accumulare un altro anno, di avvicinarsi pericolosamente a quota 30, di rispondere in malo modo alle domande degli amici sull’organizzazione di improbabili feste. Tanto, che fosse un fottuto scorbutico e lunatico era cosa risaputa e il brufolo enorme che si stagliava sulla sua fronte, appena sopra le sopracciglia, non lo aiutava a sentirsi in equilibrio con il mondo.
Anche perchè un equilibrio all’alba dei 30 anni in Italia come lo puoi avere – si chiedeva Klaus facendosi due conti in tasca in previsione della bolletta dell’Enel che gli sarebbe stata recapitata con malagrazia da li a qualche giorno dal postino nella cassetta della posta in ottone. Doveva barcamenarsi fra lavori precari, bollette, affitti, spese al discount, birre al bar; doveva gestire il suo tempo fra l’estemporaneità di alcuni lavoretti da magazziniere, il lavoro più o meno fisso, le riunioni del collettivo e una vita privata sempre più esile… “hai pagato per il sole e t’hanno dato solo temporali” cantano i Colle der Fomento, e Klaus si sentiva di dare loro pienamente ragione.
Schivò un paio di scarpe abbandonate sul pavimento, infilò al volo un paio di jeans tutto sommato accettabili e una maglietta nera e scese precipitosamente i tre piani di scale del vecchio palazzo giallo dove abitava da un anno e mezzo.

Pochi gesti meccanici: un colpo di chiave per aprire il lucchetto, ripiegare la catena sotto la sella, accendere il lettore mp3, infilarsi nelle orecchie gli auricolari bianchi e in contemporanea l’ultima sigaretta del pacchetto, saltare su una sella forse un po’ troppo alta e via, i primi colpi di pedale, cigolanti.

Duecento metri e la prima tappa, sempre con un occhio all’orologio, per le sigarette.

“CiaoKlauscomestaPedrovuoiunpacchettodiwinstonblu?” chiese Isabella, la tabaccaia, mentre in contemporanea giocava il lotto, ricaricava telefoni, elargiva moneta per il videopoker e faceva fotocopie.
Klaus riuscì solo a grugnire qualcosa, a gettare delle monete sul banco, e con un sorriso stentato alla occhialuta tabaccaia strascicare un ” ‘zie” e ripartire in bicicletta. Tre semafori, una svolta a sinistra, un altro semaforo, 20 metri contromano a destra ed ecco la mensa per senza dimora dove Klaus lavorava ormai da 3 anni, in un ex convento passato poi a caserma e quindi a mensa per poveri.

Una merda insomma, cavi elettrici a vista, mura giallognole, arredamenti recuperati probabilmente da qualche colonia estiva bulgara degli anni ’70, un puzzo incredibile di umanità.
Educatore nel servizio mensa per senza dimora più grande della città, dove una volta all’anno passavano i giornalisti del maggiore quotidiano locale a fare vedere quanto sono coraggiosi gli operatori e quante storie di vita ci stavano lì dentro. La fiera del pietismo cattolico, buona solo per un pezzo a pagina tre.
Ovviamente venivano taciute le morti di questi anni, i suicidi, la disperazione, la negazione sistematica della dignità umana, l’eroina, l’alcool, i pensieri che si succedono in maniera sempre più veloce e confusa in testa.
Klaus aveva visto andare e venire tanta gente, tante storie, una dopo l’altra. Persone, non statistiche per gli assessori. Aveva creduto anche di cogliere l’irrequietezza di chi ha tanti, troppi pensieri in testa ma né casa né reddito né documenti, e a casa una famiglia che aspetta due lire ogni mese.
Ci sono angoli di umanità dove è nascosto tutto, la salute, gli affetti, le relazioni. Impastate con litri di alcool a buon prezzo e una coperta buttata in strada sui cartoni.
Aveva visto gente attaccarsi per il collo ad una trave dopo anni di strada, o consumarsi piano piano sfatta dal vino a basso costo dei discount.
Perché è vero, diventi anche più cinico, anche a fare un lavoro così, ma ti rimane un groppo in gola e la sensazione che non sia tutto giusto.

Parcheggiò la bici nell’androne d’ingresso e fumò la prima sigaretta postpedalata con Hamid, un signore egiziano sui 50 anni bianco di capelli e sempre molto gentile, con tutti.
Hamid aveva spazzato il cortile, senza che nessuno glielo chiedesse, solo perché quel posto per lui forse rappresentava un pezzetto di casa, un pezzetto delle relazioni che riesci a costruire – faticosamente – in città sempre più veloci, sempre più aride.
La scopa appoggiata ad un muro scrostato, il sacco nero aperto e riempito a metà, gli sguardi sorridenti e speranzosi dei ragazzi eritrei, forti di un permesso di soggiorno per motivi umanitari.
Klaus piroettò – era in ritardo, come al solito – nel piccolo ufficio dove finse di controllare interessato la posta elettronica della mensa, diede una scorsa veloce al giornale e poi scollegò il cervello per tre minuti, cercando di organizzare la giornata.
Qualche colloquio, cinque o sei sigarette, due battute sul campionato di calcio, un’improbabile conversazione in un mix fra l’inglese e i gesti con un ragazzo eritreo appena arrivato, che parlava solo tigrino: 20 anni, di cui due passati in viaggio per arrivare in Italia attraverso il Sudan, la Libia, il Mar Mediterraneo. E poi Lampedusa, il CPT, lo status di rifugiato, il Nord Italia.
Finito il suo turno inforcò di nuovo la bicicletta [ancora senza un nome di battaglia, l’unico che gli era venuto in mente – Poderosa – gli sembrava una cazzata dato che qualcuno l’aveva già usata per una motocicletta che fece il giro del SudAmerica] fin verso la stazione: il battito cardiaco era aumentato, la sudorazione alle mani si faceva sentire, aveva bisogno di nicotina nei polmoni. Non era la reazione del corpo ai pochi metri percorsi in sella, era la consapevolezza che in stazione ci andava per aspettare Michela e il pullman autostradale – la corriera –  sempre in ritardo.

Michela era rispuntata fuori da poco, dopo che per un anno Klaus aveva fatto di tutto per fingere che non fosse mai entrata nella sua vita, arrivando ad evitarsi e a non salutarsi quando – inesorabilmente – si incrociavano negli stessi luoghi perché fra Collettivi di città vicinissime si finisce sempre per incontrarsi.
Klaus era metodico e preciso in queste scelte, aveva messo via in una grossa scatola una serie di regali, biglietti del cinema, fotografie. Era calato il silenzio assoluto.
Poi, lentamente, in modo alquanto poco convenzionale, erano tornati a parlarsi. Poi a vedersi. Come se niente fosse successo. Non avevano toccato l’argomento “passato”, mai. Lui stava bene in sua compagnia, solo che Klaus ci pensava troppo e con le donne si sa, meno si pensa meglio è. Uff, che fatica.
“Ciao scemo”
“Che è quella scatola?”
“Sono verdure che ti ho portato perché a casa mia non le mangiamo… sono ancora da fare maturare, devi tenere la scatola chiusa e coperta per i prossimi giorni”
Klaus aveva mangiato la foglia, ma voleva reggere il gioco perché l’idea era carina “e la scatola la devo mettere in frigorifero o la posso tenere fuori sul balcone?”
“puoi tenerla anche fuori dal frigo, se però la tieni dentro è meglio”
Klaus già pregustava il fatto di tenere quella scatola a pallini nel frigorifero, così. E aveva promesso solennemente che non avrebbe aperto la scatola.
Quanto era diverso da un anno fa.
Un anno fa Klaus e Michela non si parlavano, ora lei le aveva consegnato in anticipo il suo regalo di compleanno. Per un momento aveva lasciato da parte il tarlo che aveva in testa di parlare del passato e dirle i duemilioni di cose che aveva in testa, ed era contento. Non felice, non uno stato d’animo permanente. Era contento, per il regalo, il pensiero, la scatola, la bugia della verdura.

Il compleanno si avvicinava, merda.
Klaus non potè non pensare ai compleanni passati, da quello su una spiaggia salentina a tutti gli altri, passati.

L’anno scorso.
Un compleanno passato sopra un treno.
La notizia era girata il giorno prima, fra chi non era in vacanza, di mattina. Qualche sms confuso letto con occhi ancora stropicciati dal sonno, telefonate, cellulari sempre occupati, ricerche spasmodiche in internet.
Si diceva che era stato ucciso un compagno, dalle parti di Roma.
Non si sapeva niente di più, né il dove né il come.

Klaus aveva preso la sua rubrica e aveva chiamato tutti i numeri degli amicifratellicompagni di Roma. Le voci tese, risposte a spizzichi e bocconi, perché non si sapeva ancora niente di preciso, di definito.
A Klaus venne l’ansia, non ci voleva credere.
Poi, un’amica di Roma gli fece il quadro completo di quanto successo nella notte sul litorale romano, e Klaus rabbrividì: stava versando il caffè nella sua tazza verde e rovesciò sul fornello metà della caffettiera.

Renzo era un ragazzo che frequentava i Centri Sociali e i collettivi. Le feste e i cortei. Aveva pensato di passare una serata a ballare reggae in una festa vicino al mare, ed era stato ammazzato con 8 coltellate.

A Klaus si mise in moto il cervello, gli si offuscò la vista e gli venne un conato di vomito.
Poi, da piangere, quando senti che le lacrime ti si creano sotto le guance.
Le farfalle nella pancia.
Klaus controllò gli orari dei treni, preparò uno zaino cacciando dentro alla rinfusa due magliette, un paio di boxer e qualche libro e si mise quasi a correre verso la stazione dei treni.
In trance.
Se lo sentiva, doveva.
Doveva andare a Roma, doveva ricollegare qualche filo del passato, del suo passato, di un passato anche collettivo: qualche anno fa, sempre d’estate, anche Klaus era stato accoltellato.
Due coltellate, una su un braccio e una nell’addome che se fosse stata 4 cm. più a destra sarebbe stata probabilmente fatale.
Un gruppo di nazi, fatti di coca all’inverosimile e con il coltello pronto in tasca, per quella che sarebbe diventata un’estate di aggressioni e coltelli.
Klaus sul treno si ricordava i momenti concitati, l’incontro con il gruppo di nazisti, le urla, i flash di luce, l’adrenalina.
Col cazzo che le coltellate sono fredde.
Il sangue, la camicia appiccicata alla pancia, l’ambulanza, la voglia di fumare.
Non aveva dormito, quella notte, per paura di non svegliarsi, quei tubi idioti quanto le domande dei carabinieri all’ospedale.
Pensava ai coltelli, a chi li porta in tasca per abitudine, ai mille pensieri che aveva avuto in testa, al disagio che provava ogni volta che passava nella piazza dove era stato accoltellato.

Provò a leggere un po’ ma era distratto, lo stomaco brontolava, si sentiva coinvolto, toccato in prima persona, le mani gli tremavano mentre sfogliava le pagine de “la città dell’oblio” di Fregni, autore marsigliese.
Provò a dormicchiare, ma il cellulare vibrava in continuazione.
Il quadro si faceva più completo.
Renzo era stato ammazzato per il semplice motivo che si trovava a ballare e a due ragazzi del posto questo non piaceva.
Non due fascisti militanti, ma due ragazzini con una cultura fascista fatta di violenza, odio e coltelli, un modello che ultimamente in Italia piaceva, e molto. Le curve e le periferie erano il sottobosco giusto per instillare i germi di stili di vita sempre più egoisti e prepotenti, sempre più appiattiti a destra, e la società sembrava gradire dato che andava in quella direzione, mischiando la violenza di strada al revisionismo storico, alle farneticazioni su scontri di civiltà e migranti, con una polizia e un controllo sociale sempre più prepotenti,
Otto coltellate e sei a terra, otto botte che non vedi neanche arrivare e che senti dopo.

Klaus contava le stazioni, mentre i primi lanci dell’Ansa e delle radio parlavano della “solita rissa fra balordi in spiaggia”. Era il suo compleanno, ed era su un treno che ora percorreva la pianura padana.
Da quando era salito sul treno non aveva parlato con nessuno, aveva bofonchiato qualcosa al controllo del biglietto e si era mosso solo per andare a chiudersi in bagno a fumare.
Messaggi da chi – dalle vacanze – chiedeva notizie. Sua madre, per gli auguri di buon compleanno. Suo fratello, idem.

Roma.
L’aria calda lo aggredì all’uscita della stazione, fra un gruppo di napoletani chiassosi e un mucchio d’insetti che ronzava nello spazio di un neon.
Erano venuti a prenderlo, una pacca sulla spalla, lo zaino nel bagagliaio e silenzio per i primi cinque minuti di strada.

Renzo non era un attivista puro e duro, semplicemente, c’era, come centinaia di ragazzi che Klaus conosceva nella sua città, quelli che ci sono, sempre. Che fanno un turno bar al centro sociale, che trovi nelle feste estive, quando tutto è più lieve e la birra fresca è ancora più buona, e allora ti perdi per tutta la sera a chiacchierare fitto fitto e a ridere, anche.
Forse, fa ancora più rabbia, pensarlo.
Roma era ancora semideserta nonostante agosto stesse finendo, il caldo era ancora quello di luglio.
Arrivati al centro sociale al quale Renzo faceva più riferimento, dove “stava” pure il fratello, Klaus fu accolto da qualche abbraccio e da un silenzio, irreale.
Le scritte sui muri, qualche volto conosciuto, una birra.
L’indomani, assemblea.
Un’assemblea composta, incredula, con il fratello di Renzo seduto con gli occhi rossi e una polo nera.

Klaus avrebbe voluto avere qualche parola intelligente da dire, un abbraccio da dare, ma preferì il silenzio, tenendosi dentro il magone.
Lui Renzo non lo conosceva, ma è come se lo fosse, perché era parte di quei sorrisi e di quei volti che aveva incontrato in anni di cortei, di concerti, d’assemblee, di feste.
Perché probabilmente se fosse stato a Roma sarebbe stato anche lui a quella festa in spiaggia, a vedere passare gli ultimi giorni d’estate.

Era passato un anno, erano i giorni del compleanno di Klaus.
Nel frattempo, poco era cambiato, i giornali avevano continuato a propinare la rissa e a portare fuori pista la verità.
Aggressioni si erano succedute anche quell’estate, la cultura del coltello e della sopraffazione trovava terreno fertile, proprio come un anno fa.
A Klaus restavano quelle farfalle nella pancia e una rabbia dentro.
Ogni tanto pensava a Renzo.

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