Karletto

“Tutte le mattine devo alzarmi odiando qualcuno.” Prof.F.Scoglio

[racconto] Abbiamo fatto una cazzata

nella aperiodicità totale di aggiornamento di questo blog, un racconto

Ciao Antilope

I.

“abbiamo fatto una cazzata…. Abbiamo fatto una cazzata”

“abbiamo fatto una cazzata… che cazzata….”

“che cazzata…”

Sulla tovaglia a quadretti bianchi e rossi le briciole di pane e le chiazze di vino rosso creavano quello poteva essere una composizione artistica per qualche gallerista moderno.

Sul tavolo, una grossa zuppiera di coccio piena di polenta taragna, avanzi di un tagliere di taleggio, formai de mut, salame nostrano e pancetta e tre piatti fumanti di brasato d’asino.

E tre scodelle di vino rosso, forte, asprigno.

“come cazzo facciamo adesso?”

“pensa a mangiare”

“ma ti rendi conto? Che cazzata”

“ è due giorni che dici che cazzata, vedi di smettere di rompere i coglioni va, e mangia”

“se avessimo controllato meglio non saremmo nella merda, in questo buco di culo del mondo con là fuori tutti gli sbirri d’Italia a cercarci.”

“mangia e stai zitto, e vedi di non rompere i coglioni”

Il locale era semivuoto, fuori era buio come solo a novembre può essere in una valle bergamasca.

La cameriera – polacca, presumibilmente, di quel biondo slavato che la rendeva anonima nonosostante due orecchini vistosissimi – portò tre caffè e tre amari che offriva il locale, si premurò di dire.

La globalizzazione anche qui, una cameriera polacca in una trattoria bergamasca, chissà come ci è capitata. E grazie al cazzo che l’amaro è offerto, il locale è deserto, qui va bene giusto per i milanesi d’estate, che creano coda sulla strada statale per venire a godersi il fresco delle seconde case costruite negli anni 60 e a strafogarsi di polenta taragna per poi fare gli esperti di tradizioni locali lombarde quando rientrano nelle loro case di merda su viale Certosa, sulla Vigevanese o su Palmanova. E magari votano Lega.

Fuori, una nebbiolina umida si era impadronita del parcheggio. Le scarpe scricchiolavano sulla ghiaia mentre sulla strada statale qualche rara macchina si inerpicava sulla serie di tornanti che si snodava appena dopo la fine del paese. La trattoria Alpina era l’ultimo edificio ai margini del centro abitato, con un ampio parcheggio e una vista sul torrente che poco più sotto si insinuava fra faggi, ontani, carpini e frassini.

Il rigore degli anni ’60 si vedeva dalla squadratura della costruzione, ingentilita da una veranda estiva e da una grotta di finta roccia con tanto di statuetta di un alpino talmente inespressiva e scolorita che faceva quasi tenerezza tanto era fuori luogo.

Fu Andy il primo a prendere la parola, dopo aver schiacciato la sigaretta post-cena nella ghiaia.

“che cazzo facciamo ora?” disse stringendosi nel piumino nero.

“andiamo a dormire, che di night in zona non ce ne sono” rispose Valter, lisciandosi i baffetti brizzolati.

Necko come al solito non disse una parola, fece le ultime boccate della sua sigaretta e aprì le portiere della Croma grigia dell’87 che aveva comprato usata e riusata da un suo connazionale di Doboj.

II.

Poche curve e attraversarono il paese successivo, dove avevano trovato un alloggio tranquillo e discreto, quello che gli serviva per sparire per un po’, aspettando che si calmassero le acque.

Capirai, a novembre in valle.

Spacciandosi come scrittori di testi per la televisione in cerca di ispirazione, erano riusciti a farsi affittare un bungalow in un pretenzioso campeggio sulle rive del fiume, freddo e umido e con un odioso rivestimento alle pareti di perlinato chiaro, manco fosse uno chalet norvegese. Qualche tappeto spaiato, una moquette beige macchiata, una scrivania e una tapparella rotta.

Per fortuna, riscaldato.

Senza neanche togliersi di dosso la giacca Andy si sedette sul suo letto e tirò fuori da una tasca le cartine e il pezzo di fumo che gli era rimasto.

Polline, farraginoso e marroncino che si squagliava appena la fiamma dell’accendino si avvicinava.

“Non voglio quella merda qui dentro” fu la reazione di Valter all’odore intenso del fumo scaldato.

“Che ti frega, è una canna”

“Beh, se ci inculano perché ci beccano che tu ti fai una canna io ti sbudello”

“ma dai, a chi gliene frega di una canna… cosa credi, che da queste parti nessuno fuma?”

“tu non sai quanto possono rompere il cazzo dei carabinieri di paese, e soprattutto da queste parti. Butta via quella merda”

“Non ti preoccupare, mi so gestire, non sono un ragazzino… ho quasi trent’anni, non ne ho più quindici”

“Per fortuna tua, quando avevi 15 anni eri un minchione di prima… si vede che qualcosa ti è rimasto però”

III.

Valter e Andy si conoscevano appunto da 15 anni quasi, dai tempi del liceo: Valter era stato inserito come bidello “in prova” dopo una delle sue numerose carcerazioni, in un progetto di reinserimento dei detenuti alla vita e alla società.

C’era stato un po’ di interesse sui giornali, un polverone montato da qualche genitore apprensivo che – aiutato da solerti giornalisti – riteneva “sconveniente” (sì, era stata usata proprio quella parola, Andy se lo ricordava bene) che un ex rapinatore fosse a contatto con i ragazzi di un liceo classico: fa niente se questi innocenti pargoli si facessero – all’insaputa dei genitori – lauti traffici di hashish nei bagni della scuola, oppure cercassero di praticare qualsiasi forma di perversione sessuale con compagne in piena esplosione ormonale o che capitanassero spedizioni di vero e proprio teppismo organizzato nelle feste date da sprovveduti compagni di classe.

Dopo una settimana o due non si parlava più del bidello-rapinatore, che dopo un primo periodo di diffidenza nei confronti di quei pischelli imberbi e dalla voce ancora incerta aveva preso sotto la sua ala protettiva un ristretto gruppo di ragazzi.

“I disperati” lui li chiamava, erano un pugno fra i più arrabbiati e curiosi: negli anni del fermento studentesco avevano già le idee chiare e li muoveva a organizzare picchetti e scioperi non tanto il conformismo generazionale ma una sorta di riscatto sociale: non provenivano da “famiglie bene” come buona parte degli alunni del liceo, erano irridenti, eccessivi, apparivano fuori luogo.

E ad Andy piaceva sentire quel 45enne magrolino e dai baffi sempre ben curati che raccontava di rapine in gioiellerie, di batterie organizzate, di ferri, night, motoscafi.

Di quando aveva conosciuto Renato Vallanzasca e di quando si era confrontato – e scontrato – in carcere con “i politici”, dai quali aveva imparato molte cose ma dai quali si teneva sempre un po’ a distanza.

“Li capivo anche, ma della politica non me n’è mai fregato nulla” gli ripeteva Valter con quel leggero accento ligure che si portava dietro.

Scontata la pena, Valter aveva smesso di fare il bidello, di suonare campanelle e di portare circolari. Qualche volta Andy e gli altri erano andati a trovarlo, ma poi si erano persi di vista finchè – appena finito il liceo – seppero dell’arresto di Valter: articolo 624 bis, furto in abitazione. Per tenersi in allenamento, e perché di fare il bidello Valter non ne voleva sapere, per un totale di 6 anni pieni visti i precedenti.

Andy aveva scritto per un po’ a Valter, quando trovava il tempo fra un esame all’univesità, un lavoretto precario, qualche amore finito male e le riunioni di collettivi politici sempre più scalcinati, tant’è che – dopo aver subito l’ennesima batosta amorosa (si parlava di una cosa seria, fra matrimonio, figli e una casa con ulivi in Salento) – Andy aveva lasciato un mondo di sigle, collettivi, riunioni, volantini.

Certo, a qualche manifestazione ci andava ancora, leggeva il Manifesto e quando era proprio necessario alzava il suo culone taglia 52 e prendeva parte ad assemblee lunghissime, dalle quali si sentiva però sempre più estraniato e sempre più frustrato: una carriera universitaria sempre più incerta, lavori precari che diventavano sempre più soverchianti, soldi in tasca meno di zero.

L’anno prima, in giro in bicicletta la sera, era capitato fuori da uno dei bar peggio frequentati della città.

“magari trovo un po’ di fumo, che sto a secco” pensò Andy prima di varcare la soglia del locale.

Ordinò una birra alla spina, leggera e troppo schiumosa, scrutando le facce presenti per vedere se trovava quel ragazzo marocchino che faceva piazza di fumo in quella zona.

Niente.

Una scorsa veloce alla Gazzetta dello Sport, un controllo al cellulare (“nessun messaggio, mi sa che neanche sta sera….”) e Andy aveva trangugiato la sua birra in fretta e furia, pronto a pedalare fino a casa, quando una mano gli appoggia davanti – sul bancone di legno lucido da quanti gomiti aveva ospitato – una nuova birra.

“Se bevi, bevi bene, mica quella sciacquatura di birretta… Questa è una birra trappista fermentata tre volte”

“Valter, madonna, mi vuoi fare prendere un infarto?”

“Ragazzino, che fine hai fatto?”

IV.

Valter era invecchiato, i baffi e i capelli erano ormai totalmente ingrigiti. Però portava il solito giubbotto doppio petto da marinaio che sosteneva di aver comprato ad Amburgo sul finire degli anni ‘70.

“Tu piuttosto… che bevi? Ti ordino un pastis? Bevi ancora quell’intruglio?”

“quell’intruglio un paio di palle, se tu fossi stato a Marsiglia e ne avessi assaporato i profumi e la sua vita lo berresti anche te… comunque no, fa freddo e il pastis va bevuto ghiacciato d’estate, quando senti il profumo di basilico e le cicale cantare… prendimi un whisky che ci accompagno la birra”

Da quel momento si erano rivisti con regolarità, ogni tanto andavano anche al cinema insieme: due esseri soli e solitari che si facevano un po’ compagnia, ricordando quando Valter copriva le malefatte scolastiche di Andy e facendo l’imitazione di qualche professore preso di mira dagli alunni.

Niente di che, fino a quando Andy si era trovato a corto di soldi: gli era terminato il contratto nel call center dove lavorava, una prigione tutta di vetro e una cuffietta attaccata all’orecchio per tutto l’orario lavorativo. Voleva svoltare qualche soldo, la vita in città lo deprimeva, sempre le solite cose, le solite cazzate al bar con gli amici, una vita sentimentale che rasentava ormai lo zero assoluto.

“Valter, ho bisogno di soldi”

“A me lo dici? Va là che arrivo a fine mese a stento… io che ero abituato a mangiarmi 700 mila lire a sera nei night… ed era il 74… sai quante erano 700 mila lire allora?”

“non è che magari hai qualche idea per dei lavoretti…. Non so… tirami dentro nel tuo giro, mi conosci, sono sveglio…”

“smettila di dire cazzate va, una cosa era sentire i miei racconti quando eri ragazzino, un’altra è avere esperienza e non cagarsi in mano”

“dai, una cosa facile, in modo da racimolare qualche euro… non ne posso più di non avere manco i soldi per rispondere ai messaggi sul cellulare”

“ma tanto a che messaggi devi rispondere? A te le ragazze mica ti mandano i messaggi…”

“Dai, proviamoci, mettimi alla prova”

V.

“Si può fare” pensò nella settimana successiva Valter, seduto al tavolo del cucinino che aveva affittato in una zona anonima e popolare.

VI.

Dopo una settimana, aveva invitato Andy a cena. Andy si era presentato con una bottiglia di Nero d’Avola, mentre nell’appartamento (una stanza con una cucina minuscola, bagno, soggiorno e un terrazzino che serviva solo a fare ingrigire dallo smog le piante di erbe aromatiche che Valter coltivava) si spandeva un profumo di buona cucina imparata in carcere.

“Si fa, ragazzino, però bisogna trovare cosa. Niente armi e una roba facile, e comando io”

“per me va bene, capo. Però in 2 siamo troppo pochi”

“già ci ho pensato prima che tu possa saltare fuori con qualche debosciato amico tuo. Ho un ragazzo fidato, un bosniaco. L’ho conosciuto in un bar, la sorella – gran pezzo di figa – lavora lì. E’ ok”

“sei sicuro di questo tipo?”

“ti ho già detto che comando io, quindi è così. Ci sarà Necko con noi. Te lo presenterò a tempo debito”

“si ma cosa facciamo? Cioè, niente armi ok, però cosa avevi in mente? Un negozio di notte?”

“naa. Ormai i negozi di notte se li fanno i tossici. Ci facciamo una bella villa, che sceglieremo con cura. E le guardie cercheranno la solita banda dell’est europa. Pulito, elegante, redditizio. So già a chi piazzare tutto, pagamento in contanti e tanti saluti”

“e io cosa devo fare?”

“innanzi tutto inizi a pensare ad una zona dove agire. Una zona ricca, isolata, facilmente raggiungibile e con delle vie di fuga vicine per poter sparire in tutta tranquillità. E poi ti tieni d’occhio tre-quattro case per un po’ di tempo, in modo da scegliere la migliore, la più semplice, la più ricca ma soprattutto quella vuota. Vuoi dimostrare di essere in gamba e di non essere più il ragazzetto che a scuola mi chiedeva di poter ritoccare i registri? Muovi il culo”

VII.

Andy non stava più nella pelle, si sentiva un Jules Bonnot del nuovo millennio, perché va bene qualche sassaiola con gli sbirri in corteo, ma qui si parlava di rapina in una villa, cazzo.

Dal giorno dopo iniziò a scegliere la zona, si fece gite nella provincia più profonda, scandagliando tutto il nord Italia, per finire a concentrarsi sul Lago di Como.

Facile, vicino e con una porta sulla Svizzera a portata di mano, strade di spalloni e dogane dove la polizia cantonale fa passare tutti con un gesto della mano, abituata alle orde di frontalieri che giornalmente transitano fra Comunità Europea e Confederazione Elvetica.

Aveva già pensato dove andare a parare, studiandosi le stradine impervie del Canton Ticino perché – appena lasciata la città-vetrina di Lugano – iniziavano valli chiuse e tornanti, e considerato tutto spacciarsi per raccoglitori di funghi in valle Capriasca poteva essere un’idea.

Intanto, Valter era andato a trovare Necko, presentandosi fuori dalla carpenteria dove lavorava, l’ennesimo capannone anonimo in un Nord Italia dove le “zone artigianali” si succedono in maniera continua contribuendo a cambiare il paesaggio in maniera determinante, assieme ai centri commerciali.

“Andiamo a berci una birra, va”

“Che cosa vuoi?”

Sempre di poche parole Necko, sempre con una sigaretta pendula fra le labbra e il volto segnato da chi la guerra l’ha vista in casa, da chi ha combattuto nell’assedio di Sarajevo a difesa del suo quartiere e della sua città.

A Necko venivano ogni tanto i brividi a pensare a quello che aveva visto, ai suoi amici e commilitoni usciti di testa fra gli snijpers che stavano sulle colline attorno a Sarajevo e le manciate di metanfetamine prese per vincere la paura.

A Necko non piaceva tanto parlare, si infervorava solo quando si finiva a parlare di basket: per Necko altro che Dream Team, c’era solo la nazionale jugoslava e squadre come la Jugoplastika Split che avevano mostrato all’Europa quanto di buono il basket slavo sapesse fare alla fine degli anni 80 e all’inizio dei 90. Prima che iniziasse la guerra che cancellò dalla mappa la Federazione delle Repubbliche Socialiste di Jugoslavia.

In un bar qualsiasi Valter ordinò un Tullamore con un cubetto di ghiaccio, molto meglio dei troppo impegnativi whisky scozzesi, Necko agguantò una birra bionda.

“Hai voglia di guadagnare un po’ di soldi?”

Che domanda del cazzo.

Che cosa era venuto a fare qui Necko, se non a guadagnare dei soldi – e sopravvivere a una guerra in casa?

Perché avrebbe lasciato una casa ormai occupata da profughi delle campagne, perché avrebbe fatto carte false per andarsene?

Per arrivare in Italia Necko aveva provato la strada più rischiosa, dal cuore della Bosnia fino al confine nord di Bosanski Brod, passando per Zenica, Maglaj, gole verdissime e canyon europei, per poi non riuscire a transitare in Croazia con la chiatta militare sulla Sava, e ripiegare verso l’Ungheria, la sua pianura brumosa, i suoi boschi.

E poi l’Austria, Tarvisio, l’Italia, la sorella che lavorava come cameriera in un bar di provincia, quei bar da colazione ma soprattutto da calici di bianco alla spina e infestati da videopoker con conseguente casistica sociale di giocatori incalliti.

Per i primi tempi manco una parola d’italiano e il divano della sorella.

Poi, qualche lavoretto, contando anche sulle forme e sul trucco eccessivo di Dana, arrivata in Italia nel 1989 dopo aver tanto fantasticato di quello che si trovava “oltre” Trst, la città di frontiera, il confine dal quale arrivavano quei bluejeans che potevano costare uno stipendio mensile.

E Valter, che aveva sempre gli occhi attaccati al culo di Dana. E tutta una serie di scoppiati da bar, qualche connazionale [per lui erano tutti connazionali, da Lubiana a Skopjie], una manciata di cantieri a nero, un monolocale con cucina e vista su un cortile interno sempre all’ombra, anche d’estate.

“tanto te non ti caghi sotto, Necko… ed è una roba pulita, ci si sistema per un annetto”

“niente cazzate, Valter”

“fidati, è una roba semplice”

“niente cazzate”

Tanto, non aveva niente da perdere. Era bastato un po’ di corteggiamento da parte di Valter e un paio di Peroni per convincere Necko a essere il terzo della squadra.

L’unico problema, fare digerire a Necko un ragazzino saccente, problema risolto grazie alla medesima saccenza di Andy che lusingava Necko facendosi raccontare della Jugoslavia, incuriosito com’era da un paio di scorribande in Bosnia al seguito di progetti di cooperazione e affascinato dallo charme del Maresciallo Tito.

VIII.

Mentre Necko guidava in silenzio, masticando una sigaretta dietro l’altra, Andy non la smetteva di parlare di qualunque cosa, ricevendo risposte frammentarie da Valter, accomodatosi nel sedile posteriore della Croma del bosniaco.

Il primo sopralluogo sul lago si era concluso con abbondanti porzioni di tagliolini al sugo di pesce di lago e due bottiglie di Est!Est!Est! in una trattoria aperta miracolosamente nonostante non fosse più stagione di villeggiatura, con le seconde case dei vacanzieri sprangate e con il gas chiuso.

Andy affittò per un qualche giorno un appartamento in un residence di quelli con l’intonaco scrostato e il getto della doccia che spruzzava in maniera incontrollata e – compreso nel prezzo – un tappetino del bagno in plastica rosa che puzzava di muffa.

Si portò tanti libri quanti bastavano per spacciarsi come studente in preparazione della tesi, prese possesso dell’umidità della stanza stonandosi il giusto con una grossa caccola di nero portata da casa.

Una mappa topografica dell’Istituto Geografico Militare in scala 1:25000, un binocolo militare di precisione comprato da una bancarella di polacchi e un paio di libri di bird­­-watching presi al supermercato a 3 euro e 90 completavano il corredo di Andy, rinchiuso in una spessa borsa sportiva blu della Nike di dieci anni fa, con il baffo sbiadito.

Lunghi giri a piedi sulle colline attorno al lago, appunti metodici, qualche foto con una vecchia digitale da due megapixel.

Cancelli, kilometri, cani, inferriate, mercedes.

Tutto appuntato in maniera scientifica da Andy, con tanto di foto a corredo, nelle mattinate dove poi sedersi sui muretti a secco che contenevano le stradine dei ricchi e farsi una canna a polmone aperto dopo la camminata era quasi meglio di una sega.

Qualche giorno e, forse, la villa giusta: vuota, isolata dalle altre, senza cani, un sistema di allarme semplice (Valter gli aveva insegnato come distinguere – grossolanamente – i sistemi anti intrusione).

E poi un buon posto dove imboscare la macchina, due strade abbastanza grosse che percorrevano il paese appena sotto la casa per andare verso la Svizzera.

Ovviamente se qualcosa fosse andato storto.

“Capo, ce l’ho”

“Vediamoci a pranzo”

“è una figata, Valter”

“vediamoci di persona e non mi rompere i coglioni con la tua eccitazione”

“dai, quando?”

“fra 1 ora e mezza, prenota da qualche parte di tranquillo”

IX.

“Andy, non si parla al telefono”

“Valter, non ho detto un cazzo… e Necko?”

“Necko lavora, a differenza tua”

“guarda che mi è scaduto il contratto… fino a 2 settimane fa lavoravo anche io”

“no, tu rispondevi al telefono, è diverso”

“ti piace almeno il posto? Sono della zona di Comacchio, fanno un’anguilla che è ottima, riescono a togliergli il sapore grasso che ha…. E sono curioso di provare il loro vino, è di un vitigno cresciuto sulla sabbia… e poi siamo soli”

“ proviamo ‘sto vino…”

Valter stappa la bottiglia con etichetta artigianale, il proprietario si premura di dire che è un esperimento del cugino e non sa come gli sia venuto quest’anno, e che ovviamente è omaggio della casa.

Si porta il tappo al naso, facendo finta di capirne qualcosa, lo scosta disgustato.

“c’è qualcosa che non va signore?” chiede il baffuto ristoratore

“niente… a parte che questo vino puzza di merda di piccione… sentite anche voi”

“è un vino fatto da mio cugino, lo fa sulla sabbia delle nostre parti, può essere lievemente salmastro”

“non è salmastro, puzza di merda di piccione”

I baffi dell’oste si avvicinano alla bottiglia, per constatare che il cliente anche in questo caso ha ragione.

Mille scuse e una bottiglia di Tarapacà cileno sulla tovaglia rosa al posto di quella incriminata, e un robusto sconto sul conto finale sono la soluzione all’inconveniente del vino “salmastro”, mentre Andy parla fitto fitto di quello che ha visto, i suoi criteri di ricerca e il risultato finale, corredato dalle foto mostrate a Valter direttamente dal display pieno di ditate della macchinetta fotografica: punti d’accesso, serrature, sistema d’allarme, vie di fuga.

“bravo, ragazzino, ci sta…. Chi è il fortunato vincitore della nostra visita?”

“non c’è nome sul campanello né sulla cassetta della posta, la casa è vuota e di lì non ci passa nessuno… ed è una casa da ricchi veri, mica una villetta in multiproprietà…”

“ora ci tocca solo organizzarci per bene… adesso portami su a vederla dal vivo”

La villa era ancora più grande di quello che Valter si aspettava: un edificio di fine ‘800 con vetrate coperte da pesanti tende color crema che davano direttamente sul lago, una ripida e lunga scaletta che portava fino a un molo privato, un allarme semplice semplice e probabilmente quadri e tappeti a volontà.

E soprattutto, nessuno in casa, per evitare di fare la scena madre da rapinatori che legano e seviziano i padroni di casa come nella peggio stampa spazzatura quando ci sono in atto campagne securitarie.

Meglio ancora, per evitare di prendersi un paio di colpi di fucile da caccia nella schiena.

X.

Per duemila euro Valter aveva recuperato un furgone di dubbia provenienza e lo aveva fatto addobbare con un paio di adesivi di un’inventata impresa di pulizie, si era studiato il sistema di allarme che aveva visto e aveva portato un po’ di attrezzi, oltre a numerosi enormi sacchi di ruvida tela cerata grigia che puzzavano di plastica e di chiuso.

Soprattutto, Valter aveva un piano in testa: Andy a fare da palo, nel furgone, lui e Necko dentro la casa. Aveva scelto subito di entrare con Necko perché probabilmente aveva più sangue freddo di Andy, e soprattutto era forte come un toro, e se c’era davvero tanta tanta roba da portare via era meglio avere due spalle più robuste.

Soprattutto, non era logorroico come Andy.

Valter era tranquillo, mangiando una liquirizia rifletteva che il posto era veramente isolato e si potevano fare un paio di trasporti in tutta tranquillità, scavalcare il muro di cinta in cemento e sormontato da tegole rosse era un gioco da ragazzi, la distanza da percorrere fra la recinzione e la casa era riparata.

Pronti, via.

Andy aspettava nel furgone eccitato come un ragazzino che sa già che darà il primo bacio da lì a breve, Necko – vestito con un paio di pantaloni militari neri e un dolcevita nero – fumava.

Il furgone con il suo peso faceva scricchiolare i sassolini e quel misto di vegetazione subalpina e mediterranea che cresce sulla sponda occidentale del lago, spezzando rametti e appiattendo arbusti.

“Hai capito cosa devi fare, Necko?”

“…”

“Prima vado io, stacco l’allarme che sono due cavi e un codice, poi ti faccio un fischio ed entri anche te, ok?”

“…”

Valter fece un respiro profondo, si lisciò i baffetti e visualizzò mentalmente la successione di cose che doveva fare, controllando se tutti gli aggeggi erano al loro posto, mentre Necko roteava e faceva schioccare il collo come un pugile prima di un incontro.

Pronti.

La portiera del furgone era un po’ cigolante, Valter si puntellò sui piedi e con un colpo di reni abbandonò il sedile a trame blu e grige consunto da anni di culi appoggiati lì sopra.

Una trentina di metri, trentaquattro passi, e il furgone già era fuori dalla vista.

Davanti, solo il muro della villa e, oltre, il Paese della Cuccagna.

Con un grosso masso di supporto, saltare sul muro ruvido protetto dalle conifere e fare i primi passi nel terreno della villa fu una cosa molto semplice, forse troppo.

Di cani, neanche l’ombra: niente rottweiler, dobermann o altre bestie assetate di sangue.

Il terreno era morbido, soffice e umido, e profumava di autunno, foglie in decomposizione e funghi, riempiendo le narici di Valter di ricordi delle passeggiate da bambino sulle pendici del Monte Cordona, con i braghini corti e un cesto di vimini per i funghi.

I piedi di Valter si muovevano con circospezione verso la casa, bagnati dall’erba, il respiro gli si condensava e usciva sotto forma di vapore dalle labbra screpolate.

Passi veloci, nessun tentennamento.

La centralina dell’allarme era male mimetizzata sul retro della casa, Valter con quattro bestemmie, due cacciaviti e un aggeggio recuperato da una sua vecchia conoscenza che serviva a far credere al sistema d’allarme di essere ancora attaccato e funzionante anche se messo fuori servizio riuscì in 20 minuti a fare quello che si era ripromesso.

Un fischio, e intanto via con la porta sul retro: era blindata solo con delle barre di acciaio poste in orizzontale alla distanza di circa 60 cm nell’anima della porta, un gioco da ragazzi per Valter che di porte così ne aveva aperte a decine in anni di onorato servizio.

Silenzioso come suo solito, arrivò anche Necko, pronti ad entrare nella porta ormai aperata con tanto di torce Maglite e luce da minatore in testa (questa era stata un’idea di Andy, 5 euro dai cinesi).

La casa odorava di libri vecchi e di fiori recisi, un buon odore molto borghese e diverso da quello di minestrone e carne bollita che assaliva le narici di Valter ogni volta che girava la chiave ed entrava nel suo condominio.

Saloni enormi, in ordine perfetto.

Nulla era fuori posto, sebbene la casa fosse completamente ingombra di oggetti, ninnoli, soprammobili, libri,teche: i quadri alle pareti avevano lo stesso stile di cornice, pesante ed antica, il buon gusto nella scelta dei colori e degli abbinamenti faceva pensare alla mano esperta di un architetto pagato per decidere se le tende si abbinavano al tappeto e se i tavolini erano fuori posto.

Un giro della casa che a Necko sembrò interminabile ma non durò più di 5 minuti li portò a trovare quello che stavano cercando.

Tappeti, vasi, un televisore al plasma enorme, bei quadri, un impianto audio con casse della Bose in legno, libri antichi, un paio di mobiletti del ‘600 lombardo, argenteria viennese di inizio ‘900, quadri, statuine, un computer portatile, monete arrugginite, plichi di carte che “non si sa mai vengano utili” raccattati in quello che doveva essere lo studio di un professionista affermato, un medico forse.

In maniera metodica Valter sceglieva che prendere e lo passava a Necko, che lo caricava nei sacchi: avevano deciso di fare più viaggi, data la quantità enorme di cose da portare via in una casa immensa e che sembrava quella di un collezionista.

Un’ora di lavoro quasi, che ad Andy sembrava un’eternità, mentre aspettava nel Ducato, ligio all’ordine di Valter di non farsi neanche una canna nell’attesa, senza neanche girare la manopola della vecchia autoradio Blaupunkt con antico mangiacassette per cercare un po’ di musica e passare il tempo.

Meglio tenere gli occhi e le orecchie aperte, controllando nervosamente l’orologio, meglio guardare la lancetta dei secondi girare.

Necko e Valter calpestarono tre, quattro, cinque volte l’erbetta tagliata in maniera uniforme del giardino, carichi come i muli degli alpini nella guerra contro gli austriaci.

A Valter un po’ si mozzava il fiato per lo sforzo, mentre a Necko non scappò neanche una smorfia: concentrato, metodico e manco a dirlo silenzioso, portava due sacchi pesantissimi alla volta, con le maniglie di tela che gli tagliavano le mani, il cervello sgombro da pensieri e concentrato su quello che doveva fare.

Il portellone era socchiuso, Andy scendeva ogni volta per dare una mano ai complici a caricare la merce senza che questa si rovinasse e che quindi risultasse invendibile. Aveva cercato di aprire i sacchi per curiosare, ma uno sguardo torvo di Valter lo fece desistere.

Il furgone era zeppo, un bel po’ di roba di valore, e di conseguenza un bel po’ di soldi.

Quello che ci voleva, per tutti e tre: per Valter per non dover pensare di lavorare ancora per un po’, per Necko per riuscire a farsi un giro a casa con un po’ di regali e magari anche un sorriso, per Andy per avere finalmente qualche soldo in tasca in una vita che si stava sviluppando sempre più precaria.

Finito.

Il “capo” aveva detto stop, che poteva andare, che si poteva partire.

Frizione, giro di chiave, piede destro sull’accelleratore, marcia innestata.

Via, con il cuore in gola, neanche una parola fra i tre, verso un garage fidato dove scaricare il furgone: un centinaio di kilometri, la discesa dalla villa fatta a fari spenti, un’ora a velocità moderata per non dare nell’occhio, l’accordo di parcheggiare il furgone e sentirsi un paio di giorni dopo.

XI.

Nella tarda serata il colpo, la residenza estiva visitata dai ladri

RAPINATA LA VILLA DEL GIUDICE RICCIARDI

Sparite anche molte carte del maxiprocesso di Catania

Como. Nella notte di lunedì una banda di rapinatori è penetrata nella villa estiva sul Lago di Como del giudice Severino Ricciardi, mettendo fuori uso l’antifurto e portando via una serie di oggetti preziosi: il giudice è sposato con Matilde Tintori, erede dell’omonima famiglia e direttrice della casa di aste fondata nel 1921 dal nonno della signora Ricciardi.

La casa era un piccolo museo, i coniugi Ricciardi erano dei collezionisti molto appassionati e avevano accumulato nella loro casa estiva diversi pezzi importanti.

I ladri sono entrati nella proprietà dei Ricciardi nella sera di lunedì e sono riusciti a neutralizzare l’allarme con un apparecchio elettronico molto sofisticato, già visto ahinoi all’opera in alcuni degli ultimi colpi in tutto il Nord Italia.

Si pensa che il colpo sia stato pianificato nei dettagli da malviventi di una certa esperienza, vista la perfezione della squadra che ha potuto agire indisturbata grazie anche alla posizione della casa, parecchio isolata dalle altre ville (spesso seconde case di professionisti affermati, che sul lago cercano tranquillità e quiete).

Sono stati trafugati diversi oggetti di valore, da elettrodomestici a pezzi unici della collezione dei coniugi Ricciardi, tra i quali alcuni quadri di scuola veneta del 1600, una collezione completa di antiche monete romane risalente al I° secolo A.C. e alcuni lavori della seconda metà del 1700 del maestro di porcellane di Capodimonte Giuseppe Gricci, già autore del famoso “salottino di porcellana” custodito alla Museo di Capodimonte.

Il dato che ha lasciato più perplessi gli investigatori è stato il furto del computer portatile del giudice, insieme a parecchie carte molto riservate riguardanti il processo di Catania.

Il giudice Ricciardi è impegnato da anni in una lotta serrata per scardinare gli intrecci fra politica, affari e mafia nella Sicilia Orientale: fra meno di dieci giorni si terrà quello che è già stato ribattezzato il “maxi processo di Catania”, dove una serie di importanti personalità siciliane e non solo si troveranno sedute nel banco degli imputati per rispondere dei loro legami con la famiglia dei Pafumo, a loro volta portata a giudizio da Ricciardi stesso come famiglia vincente nelle faide mafiose sotto l’Etna.

Già minacciato più volte dalla Mafia, Ricciardi aveva sempre tentuta nascosta la sua residenza sul lago anche ai suoi più stretti collaboratori e alla scorta che di solito lo accompagna e protegge.

“Sono preoccupato” ha detto il dottor Ricciardi subito dopo avere appreso della notizia “cercherò di capire cosa mi è stato rubato. Mia moglie è disperata perché le sono stati rubati molti pezzi rarissimi, frutto del lavoro di ricerca di anni. A me sconcerta che oltre a gioielli e preziosi siano sparite tutte le mie carte in vista del processo di mafia più importante del nuovo millennio.”

I carabinieri della compagnia di Como stanno indagando sull’accaduto per individuare i tre malviventi. “Abbiamo ritrovato alcune tracce lasciate dai rapinatori non molto distante dalla villa – ha dichiarato il Ten. Lombardo della compagnia di Como – stiamo seguendo alcune piste investigative per risalire agli autori di questa rapina e forse di altre messe a segno nella stessa zona”.

XII.

“un culo così ci fanno”

“dottò, e che c’entriamo noi?”

“sempre a noi ci spaccano la minchia… Gubbini, paga tu che non ho piccioli”

Il caffè del bar sotto l’ufficio faceva schifo come sempre, ma di sicuro meglio dei distributori automatici che occupavano i corridoi della Divisione Investigativa Antimafia di Milano.

Il dottor Maiorana si aspettava a minuti la chiamata del direttore generale della DIA, pronto a una sfuriata per il furto dei faldoni del giudice Ricciardi.

Quella che all’inizio era sembrata una minchiatella da rumeni o albanesi si stava rivelando una gran rottura di coglioni..

Mentre aspettava il verde del semaforo, Maiorana si accese una sigaretta, estraendo un pacchetto di MS morbide dal taschino del gilet del completo tre pezzi di foggia antiquata che portava.

Certo, adesso gli sbirri non fumano, sono giovani, vestono con jeans e giubbotti di cuoio, portano i capelli lunghi e addirittura l’orecchino.

A Maiorana mancavano 14 mesi alla pensione, vestiva come Maurizio Merli nei film degli anni ’70, fumava due pacchetti di MS al giorno e soprattutto – suo grande cruccio – era pelato dall’età di 26 anni.

Di carriera ne aveva fatta, da semplice viceispettore terrone (di Messina, ci teneva a specificarlo sempre) fino ai vertici del centro operativo di Milano della DIA, senza una moglie e senza vizi.

Le scarpe di cuoio di Maiorana squittivano sul pavimento di linoleum che lo portava al suo ufficio per una giornata che si prospettava più lunga del previsto: aveva già convocato una riunione urgente per quello che era successo sul Lago di Como, dove dei ladri che forse semplici ladri non erano avevano sottratto una serie di documenti importantissimi nella villa del giudice Ricciardi, documenti fondamentali per un processo di mafia che si sarebbe dovuto tenere nell’immediato.

“certo, che minchione anche il giudice che si tiene i faldoni appresso” pensò Maiorana mentre inforcava la porta dell’ufficio, senza degnare di un saluto la sua segretaria, Rosa.

Puntuale come una rata del mutuo, il telefono suonò, e Maiorana sbuffando alzò il ricevitore posto sulla scrivania tarlata.

“Maiorana, sono Ferro”

“Dottor Ferro carissimo, come va?”

“Come cazzo deve andare, Maiorana? Ho appena dovuto leccare il culo al ministro per tenermelo buono, come cazzo deve andare?”

“ci stiamo lavorando dottore, stiamo cercando di capirci di più…. Fra un’ora abbiamo una riunione e che oltre a noi ci sono i questori e i prefetti”

“ci spaccano il culo, Maiorana, forse non hai capito. Questo è il processo più importante del decennio, e con la scusa di una normale rapina in una villa si sono portati via un sacco di materiale indispensabile”

“lo so, il materiale è molto delicato, ma magari sono semplici rapinatori davvero”

“la minchia sono semplici rapinatori. O sei davvero interessato a quel materiale o sei un pirla a caricarti dei faldoni che per un ladro comune possono essere solo carta straccia”

“abbiamo mosso Polizia, Carabinieri e Finanza per battere tutta la zona del lago, abbiamo accordi con la polizia cantonale svizzera, i giornalisti non ci danno pace”

“dobbiamo dare una svolta nelle indagini, prendi quanti cazzo di uomini ti servono, fatti dare quante risorse puoi da questura e carabinieri, corrompi, picchia, fai quel cazzo che vuoi ma metti le mani su questi stronzi”

Le mani di Maiorana iniziavano a sudare, la cornetta si faceva scivolosa.

Sapeva che quando Ferro diceva così tante parolacce era incazzato per davvero, come quella volta che gli era scappato un testimone chiave in un processo di mafia e per 3 giorni la DIA era stata nel panico. Poi il coglione era andato a scoparsi una dominicana di 21 anni conosciuta in un night.

Il colletto della camicia a righe di Maiorana iniziava a impregnarsi di sudore misto a colonia.

“il ministro sta assai preoccupato, Maiorà. Per il governo questo era un momento di grande visibilità, oltre che il processo sarebbe una bella pietra sopra una serie di cornutoni di prima e un po’ di tranquillità in Sicilia”

“almeno finchè una famiglia emergente non prova a prendere il posto dei Parfumo”

“sì, ma intanto ci leviamo dalle palle un po’ di casi irrisolti, un po’ di ammazzatelle e facciamo tabula rasa”

“ci stiamo lavorando dottò, ci serve un po’ di tempo che questi sono stati furbi e adesso chissà dove possono essere finiti”

“risultati, voglio risultati. Voglio che mettete le mani su quei pezzi di merda e a calci nelle palle gli fate pisciare fuori chi li manda, voglio la loro testa da consegnare al ministro, voglio che gli fai sentire il fiato sul collo tramite i giornali, voglio che quando ti richiamo domani mi dai qualcosa di concreto, e non solo i cistiamolavorando che non me ne faccio un cazzo, voglio che mi dici che hai una traccia, che hai fermato qualcuno, che hai interrogato fino allo svenimento la madre anziana di un sospettato… mi sono spiegato?”

XIII.

Dopo il furto nella villa, ecco il giallo delle carte del processo

L’OMBRA DELLA MAFIA SULLA RAPINA NELLA VILLA DEL GIUDICE RICCIARDI?

Spariti faldoni fondamentali nella costruzione del maxirpocesso di Catania

Quella che poteva apparire come una tipica rapina in una villa si sta rivelando un vero giallo che tiene in apprensione tutta la Magistratura siciliana, in prima linea nel combattere la mafia.

Sembrava una rapina come tante, ben architettata e pianificata con cura per “ripulire” una delle tante ville usate come residenze estive sul Lago di Como: i ladri si erano introdotti nottetempo in un edificio di fine ‘800 situato in posizione panoramica sui dolci pendii che fanno da corona al Lago di Como, saccheggiando la lussuosa abitazione delle vacanze del giudice dell’Antimafia Severino Ricciardi e della moglie, la signora Tintori, direttrice di una casa di aste fra le più importanti d’Europa.

La casa è stata presa di mira due giorni fa, quando due ladri – sembra con l’appoggio di un complice – sono riusciti a trafugare indisturbati numerosi oggetti di valore che si trovavano nella villa, che sorge isolata da altre abitazioni: i coniugi Ricciardi sono collezionisti appassionati di opere d’arte, che conservavano con cura in quello che consideravano il loro “rifugio”, sconosciuto – per ragioni di sicurezza – anche ai più stretti collaboratori del giudice.

Il giudice Ricciardi sta lavorando da quasi due anni nella costruzione del processo per mafia più importante del nuovo millennio: sulle orme dei compianti Borsellino e Falcone con costanza e coraggio aveva radunato una mole immensa di lavoro sui rapporti fra criminalità organizzata e politica che doveva essere portata come base fondante del processo che si terrà nei prossimi giorni nell’aula bunker del Tribunale di Catania.

Dati scottanti, indizi sostanziali che potevano fare tremare buona parte del mondo politico siciliano per arrivare fino a Roma: sembra che negli intricati rapporti affaristico-politici che legano la famiglia Parfumo a quella parte di società che non disdegna la contiguità con i potentati mafiosi della Sicilia fossero coinvolti assessori regionali, parlamentari e addirittura un ministro dell’attuale governo.

A mettere in allarme gli investigatori e di conseguenza il Dipartimento Antimafia è stata una serie di strane circostanze legate all’episodio di effrazione: se il computer portatile (che conteneva files di archivio molto importanti, raggruppati dal giudice Ricciardi in questi anni) poteva essere appetibile per un normale topo d’appartamento, lo stesso non si può dire per i faldoni degli incartamenti riguardanti il processo in via di istituzione a Catania, custoditi nella libreria del giudice.

Non erano le sole copie dei dati, ma il pericolo che informazioni così riservate e importanti per gli equilibri politici della regione e del Paese tutto vengano utilizzate in maniera impropria scuote la Direzione Antimafia e il Ministero degli Interni, che ha già ordinato un’indagine molto accurata.

“Già sono stato minacciato in passato dalla Mafia” dice al nostro giornale il dottor Ricciardi, visibilmente stanco ma impeccabile nel suo completo blu “un paio di volte mi sono state recapitate delle buste con proiettili e altre minacce più o meno velate sono state fatte a me e ai miei cari, non fermando però quello che ritengo un dovere di ogni servitore dello Stato, ovvero combattere la Mafia senza sosta, per avere verità e giustizia su alcune delle pagine più oscure della Storia italiana del Dopoguerra. Mi preoccupa che dei sedicenti ladri siano riusciti a risalire fino alla mia casa sul lago, quello che io consideravo il mio rifugio segreto, dove mi ritiravo per lavorare in vista di scadenze importanti come quella di Catania.”

Di più il giudice non ha voluto dirci, gli occhi arrossati dalle ore passate con i suoi collaboratori e con gli ispettori del Ministero per cercare di capire quali fossero le reali intenzioni dei rapinatori, se puntassero ai preziosi oggetti d’arte custoditi nella villa o se la rapina fosse solo una copertura per mettere le mani sui documenti del processo.

In un comunicato congiunto, il Questore di Como e il Colonnello Minuti dei Carabinieri della città lariana hanno assicurato che i loro uomini stanno battendo la zona per risalire ad indizi che possono portare all’identificazione e all’arresto dei ladri, promettendo di moltiplicare il lavoro di indagine per capire se la rapina fosse un diversivo per attaccare il lavoro di un giudice di frontiera, un uomo dello Stato così esposto e coraggioso.

“L’emergenza delle rapine nelle ville – principalmente del Nord Italia – è uno dei primissimi punti del nuovo pacchetto di leggi sulla sicurezza che questo Governo si prepara a emanare” fa sapere in una nota il Viminale “Se i colpi nelle case private di cittadini italiani sono odiosi per il carico di paura che portano nella popolazione, ancora più odioso è questo ennesimo furto, perpetrato ai danni di un giudice che da anni si batte per la legalità e contro il crimine organizzato e la corruzione. Siamo preoccupati per il furto di documenti così importanti nella costruzione di un processo dove lo Stato Italiano, e quindi tutti i cittadini, sono vittime.”

E ora il giallo dei documenti rubati fa tremare l’Italia…

XIV.

“Che cazzata che abbiamo fatto”

“Ti ricordo che la casa l’hai scelta tu”

“si, ma eri d’accordo anche tu, Valter, che cazzo ne sapevo di giudici, mafia, processi…. E ora che facciamo?”

“Spariamo per un po’ in qualche posto dimenticato da dio e aspettiamo si calmino le acque, lasciamo il furgone imboscato”

“Te l’avevo detto Valter che mi portavi in cazzata… Tu capace solo di toccare il culo a mia sorella”

“che cazzata, abbiamo fatto una cazzata”

karletto@autistici.org

https://karletto.wordpress.com

lo trovate in versione pdf QUI

un ringraziamento a kry per la revisione

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2 commenti»

  lacoscienzadigiorgio wrote @

non ho ancora finito di leggere ma sembra molto bello, complimenti. È il blog più interessante che ho letto fino adesso, anche se non ne ho letti tanti.
Giorgio

  zanna wrote @

Come mai skopro solo ora questa tua capacità nello scrivere?
Complimenti, grazie a questo tuo strippo ho passato una buona mezz’ora a cazzeggiare sul posto di lavoro…brao se che s’fa
a…già che ci sono rinno vo la richiesta di aiuto fatta sul tuo maispeiss….20 titoli anni 80 o giù di li….
Ciao e grazie


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