Karletto

“Tutte le mattine devo alzarmi odiando qualcuno.” Prof.F.Scoglio

[racconto] Ora abbiamo in dotazione un nuovo mezzo

sarà il caldo torrido di questi giorni, ecco che riesco a finire questo racconto iniziato tempo fa.

Come al solito, non ha pretese, fatene ciò che volete, leggetelo, inoltratelo, ecc…

Probabilmente lo troverete anche QUA.

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ora abbiamo in dotazione un nuovo mezzo”

davvero?”

sì, abbiamo un gioiellino nuovo, che non si sa mai”

racconta”

una fiesta 1.3 nera, Mario l’ha fatta ritoccare un po’”

ma è sicura?”

pulita come non mai, e con motore abarth, fari potenti, radio…”

e per le targhe?”

sai che per quello non c’è problema”

ci vediamo in palestra stasera?”

mi sa di no, ho il compleanno della suocera… che palle…”

Risate

Il maresciallo Preianò chiuse la conchiglia del cellulare, il gioco si stava facendo grosso.

E divertente.

*

Fare il turno dalle sei alle quattordici poteva avere i suoi vantaggi, come il pomeriggio totalmente libero per andare in palestra a guardare il culo alle signore che facevano step e intanto sollevare un po’ di kg. alla panca piana.

Certo, era giorno di mercato, e quindi la solita rottura di palle di dover mettere le transenne e bloccare la strada, ma era talmente consuetudine che lo faceva in automatico, senza sforzarsi troppo.

Il vigile Andrea Cardinalizi versò il caffè bollente sopra lo zucchero di canna, fece roteare un po’ la tazza (gli avevano insegnato così dei commilitoni napoletani durante il servizio militare fatto nei paracadutisti a Livorno: si versa il caffè sopra un cucchiaino di zucchero e si fa girare finchè non si scioglie, senza l’ausilio del cucchiaio ma solo del tempo e del movimento del polso, in modo da avere il giusto grado di dolcezza e una temperatura ideale), la svuotò e iniziò a prepararsi per la giornata.

Schiacciò il fondo del tubetto di dentifricio, segnandosi mentalmente di comprarlo.

Barba fatta, la divisa estiva stirata e che lo fasciava bene mettendo in risalto un torace da nuotatore, cinturone con la Beretta 81 bifilare a 13 colpi di ordinanza e lo spray al peperoncino non in dotazione “ma sa, signor sindaco, possiamo anche chiuderci un occhio, è per la SICUREZZA…”

Rapido, scese i gradini della palazzina nuova in periferia che era riuscito a comprare grazie ad un mutuo garantito da un lavoro a tempo indeterminato e fece scattare la serratura dell’auto di ordinanza con una veloce pressione del dito sul telecomando.

Gli interni blu profumavano ancora di nuovo.

Quanto piaceva ad Andrea Cardinalizi il profumo di auto nuova.

Quasi, gli stava venendo un’erezione, nel sedersi in un’auto in così perfetto ordine, senza il tanfo della nicotina impregnato nelle trame della tappezzeria.

Gli era dispiaciuto perfino togliere la plastica dai poggiatesta e la pellicola dalla scritta verde “Polizia Locale” sulle portiere.

Il calore del sole faceva già capolino mentre coordinava l’unico operaio del comune e il messo comunale nella disposizione di transenne tutte sgangherate che servivano a indicare che non si poteva passare per Via Bruno per il mercato settimanale.

Già qualche furgone si era sistemato nel posto assegnato: soprattutto marocchini che commerciavano in vestiti e asciugamani e che avevano preso il posto dei tanti immigrati del sud nell’aumentare il livello di decibel del mercato con le proprie urla per richiamare l’attenzione delle casalinghe che, con sporta di plastica, aspettavano il mercato come una festa comandata.

Più che l’occasione di trovare veri affari (ormai gli ipermercati e la grande distribuzione avevano annullato da tempo la convenienza dei mercati ambulanti) il mercato era ancor oggi momento di vita sociale per tutto il paese e per i comuni del circondario: gruppi di signore in bicicletta che chiacchieravano e sparlavano di tutto e di tutti, lanciando occhiate di traverso alla vicina di casa con il cane che abbaia troppo o alla ragazzetta con un pancione così per merito di un tunisino “che adesso non si sa neanche dove è finito”.

Oltre che, particolare non secondario, c’era la possibilità di portare a casa il pranzo già preparato e nel contempo fare contenti marito e figli con un pollo allo spiedo dalla pelle croccante che lascia le mani appiccicose e un paio di vaschette di patatine fritte.

Il vigile era abituato ormai a questa vita di paese, e dall’alto dei suoi rayban scuri scrutava tutti i movimenti del microcosmo del mercato, un mondo nel già piccolo mondo di paesini della Bassa tutti uguali: capannoni, fabbrichette, campanili, camparini, palestre, partite di Seconda Categoria e un discreto numero di immigrati che aveva dato un impulso nuovo e un po’ di colore a posti dove in inverno la nebbia scendeva densa e lattiginosa.

Ma ora era estate, faceva caldo, i rivoli di sudore iniziavano a colare sul collo dell’agente, alla nebbia e agli incidenti provocati da quella coltre che era familiare a chi abitava in quelle zone non ci pensava: l’inverno passato aveva dovuto recuperare una paio di macchine finite nei fossi che correvano paralleli alle strade di campagna, chiamare i Vigili del Fuoco per far tagliare lamiere ridotte a sculture di arte moderna incastonate di corpi straziati e senza vita. Una volta era stata una Mini Cooper nuova fiammante, con a bordo tre ragazzi che tornavano da una notte in una discoteca del Milanese e – fatti di coca e vodkaredbull – correvano come pazzi.

A febbraio invece era stato il momento di una Escort familiare con una famiglia di pakistani schiacciata nell’abitacolo: aveva quasi sorriso, cinico, pensando che così c’erano quattro immigrati di meno in paese.

Al vigile Andrea Cardinalizi i migranti proprio non piacevano, e non ne faceva mistero: i suoi modi bruschi e arroganti erano additati in paese non tanto come una forma di razzismo ma quanto come la spocchia di chi indossa una divisa.

Non gli piacevano “i negri” e non gli piacevano i ragazzini che si trovavano al parco di Via Trieste a fumare, appollaiati sugli scooter truccati.

Feccia, ecco cos’erano.

Merda umana, che sporcava il paese e contribuiva al suo degrado.

Un paio di giri fra i banchi del mercato, giusto per calpestare un po’ di asfalto bollente con gli anfibi, fare scricchiolare il bitume scuro, senza incrociare lo sguardo con nessuno.

Far sentire il fiato sul collo ai marocchini, far capire loro che non erano graditi, seppur onesti lavoratori e contribuenti del fisco italiano. Un ragazzino ricciolo e color nocciola aveva provato a lanciargli una battuta fra un improbabile vernacolo e l’accento nordafricano, lui si era girato senza dire niente, due secondi di sguardo fisso da dietro le lenti a specchio degli occhiali.

che cazzo vuole questo?” aveva pensato mentre finiva il suo giro, tenendo l’unico sorriso della giornata per la fruttivendola in fondo al mercato, con la quale condivideva alcune visioni politiche e con la quale avrebbe condiviso volentieri un po’ di sudore sulla pelle in un coito che pregustava furioso come un temporale estivo.

Certo, il marito era un pezzo grosso della Lega Nordica, appoggiava il sindaco che reggeva il paese da qualche anno. Però restava un ciccione calvo in canottiera e zoccoli, e sua moglie invece aveva un fisico ancora da ragazza, asciutto e slanciato.

L’ultima soddisfazione che si volle togliere prima di finire il turno fu un giretto nei call center del paese.

Senza dire niente, con la macchina di servizio parcheggiata davanti all’entrata del negozio di proprietà di un pakistano con una barba lunga come Matusalemme, Andrea Cardinalizi spinse la porta a vetri del piccolo locale.

Niente aria condizionata, solo un ventilatore che cigolava e odore di cibo speziato.

Ai muri poster di cantanti Punjabi, pubblicità di film con attori pettinati con chilogrammi di brillantina, offerte di trasferimento di valuta dall’Italia al Senegal, Tunisia, Albania, India.

Le quattro cabine telefoniche con le panchine di legno sbrecciate erano vuote, solo un altro pakistano era presente nel negozio oltre al proprietario, Kumar Khan o come cazzo si chiamava.

Solo uno sguardo.

E la presenza.

Ad Andrea Cardinalizi, agente di Polizia Locale, bastava quello, per godere della paura deferente del proprietario dell’esercizio commerciale.

Gli bastava entrare in quei 32 metri quadrati, fare qualche passo sul linoleum rattoppato, fingere interesse per le locandine affisse al muro.

E uscire, senza neanche aprire bocca.

*

Andrea, hai visto il calciomercato?”

mah, la Juve che vende Trezeguet… secondo me è una cazzata… ma si sa che in questo periodo non sanno di che cazzo parlare i giornali, immaginati quelli sportivi…”

beh, se però prendono quell’olandese lì dell’Ajax…  è molto più giovane e ha più fame…”

Claudio Asperti, collega di Andrea Cardinalizi nella Polizia Locale del paese attiguo – Paiano, sfogliava in maniera frenetica le pagine rosa di un quotidiano sportivo ormai sgualcito.

Erano le due e mezza del pomeriggio, il termometro della Cassa di Risparmio segnava 34 gradi centigradi.

Di aria neanche l’ombra. Neanche un filo, un rivolo, uno sputo.

Tutto fermo immobile, per fortuna nel bar della Gisella c’era – oltre al satellite per vedere la Champions League – l’aria condizionata, tant’è che la Gisella te la sparava a temperature da ghiacciaia, incurante delle lamentele.

Era la pausa pranzo per i vigili urbani, e si trovavano spesso a mangiare una piadina dai nomi fantasiosi in quel bar anonimo ma con pretese di un certo appeal sugli avventori che, te li raccomando, erano devoti alla religione del bianchino, del Campari e del caffè corretto grappa.

beh, come l’altro anno finisce che le squadre italiane non hanno più soldi e stanno lì a guardare, mentre inglesi e spagnoli e anche tedeschi fanno incetta di fenomeni…”

bisogna vedere che fenomeni poi, non mi sembra che ci siano in giro sti geni del calcio” ribattè Andrea cercando di eliminare una briciola di pane che gli si era incastonata esattamente all’angolo destro della bocca. Provò a levarla con il dorso della mano, e poi con un generoso sorso di birra e gazzosa da un boccale con le pareti cristallizzate dalla condensa fredda della bibita.

ma domani? Ci facciamo il solito giretto?” chiese Asperti Claudio, 28 anni, un diploma di geometra in tasca e un fisico non propriamente da militare né da agente di pubblica sicurezza: il suo metro e settanta era il minimo per entrare come effettivo nella Polizia Locale, i suoi occhi sporgenti da batrace e gli occhiali spessi l’avevano fatto diventare, ai tempi delle scuole medie, un obbiettivo sensibile di scherzi, gavettoni e fialette puzzolenti, da lì un senso di riscatto che passava attraverso il culto per la divisa, la disciplina, le armi.

Fa nulla se difettava di convinzione e coraggio per arruolarsi volontario in Afghanistan, se per la “San Marco” non aveva manco provato a fare domanda, lui una divisa – e tutto quello che rappresentava – la indossava.

sentiamo gli altri, penso proprio di sì… abbiamo una macchina nuova da usare, ci facciamo un giretto dai negri per fargli capire di stare buonini, magari ne portiamo via uno o due per un po’…”

Magari stasera ci facciamo un giro di perlustrazione, giusto per capire bene che fare domani eh?” buttò lì l’agente Claudio, un po’ deferente nei confronti del carismatico collega e del suo metro e ottantasette.

Certo, erano il livello più basso di una gerarchia non scritta ma accettata da tutti in un’organizzazione informale nata un anno e mezzo prima, quasi per gioco.

Qualche carabiniere della caserma di Pieve di Sopra, un “civile” e loro, agenti di Polizia Locale, che si portavano il lavoro anche a casa, facendo qualche controllo notturno in tutti i paesi del circondario, perchè alla sicurezza dei cittadini e al decoro ci tenevano, perchè quei posti pullulavano di stranieri che sotto sotto svolgevano affari loschi, di sicuro.

Meglio quindi farsi qualche giro in macchina la sera e fare capire che chi voleva abitare nella zona doveva sottostare all’autorità, alla “loro” autorità.

Se poi ci saltava fuori qualche grammo di coca o una panetta di fumo meglio ancora.

Io faccio un salto dai caramba prima della palestra, poi ci sentiamo stasera. Il conto tocca a te” Cardinalizi scollò i pantaloni sudati dalla sedia e lasciò il collega alle prese con lo scontrino.

*

si lavora duro vedo eh…” Andrea Cardinalizi esordiva così al suo ingresso nella caserma dei carabinieri di Pieve di Sopra.

guarda chi c’è, l’ausiliario del traffico… sei venuto a fare una multa? Abbiamo la macchina in divieto?” l’appuntato all’ingresso dell’edificio aveva la divisa d’ordinanza semiaperta, e sfogliava il quotidiano locale con i piedi appoggiati sulla scrivania.

non so, vuoi una granita? Le strade sono piene di delinquenti e tu stai qua in panciolle… Pusceddu, c’è il maresciallo?”

Vai vai Andrea, è di là… lui almeno c’ha il condizionatore…”

Cinque metri di corridoio, una porta anonima sulla quale spiccava la targhetta in ottone “Maresciallo N.Preianò”.

Il vigile entrò senza bussare, trovando il graduato dei Carabinieri alle prese con un difficilissimo solitario sul computer dell’ufficio.

Nicola, vedo che lavori duro anche te, che dai il buon esempio ai tuoi ragazzi…”

Andrea, non ti hanno insegnato a bussare? Magari ero in riunione…”

Sì, con il Ministro della Difesa…. allora? Novità? Io sto andando a farmi un giro in palestra, poi stasera esco con Claudio a fare un giro….”

Allora direi che potete sverginare la Fiesta nuova, giusto per provarla… Poi domani usciamo tutti insieme, però già che ci siete…” la bocca del maresciallo Nicola Preianò sembrava immobile sotto i baffi neri, il fisico massiccio pesantemente appoggiato sulla poltrona ergonomica rossa dell’ufficio da comandante della caserma.

Ti tratti bene con il condizionatore… la macchina dov’è? La vado a ritirare da Mirko?” Gli occhi di Andrea Cardinalizi guardavano con fare ironico il ritratto del Presidente della Repubblica appeso sopra la testa del maresciallo, e si muovevano poi furtivi per indugiare sui crest di reparti dell’Arma di stanza nei Balcani in operazioni di peace keeping.

Vai da Mirko, all’autofficina, ha già tutto pronto. Poi la riporti lì, per domani ci troviamo alle dieci di sera lì fuori. Siamo io, te e Claudio. C’è Mirko, ci sono un paio dei miei. Prendiamo due macchine e inizia il rodeo”

*

SMS: “vengo a ritirare la macchina nuova dopo la palestra. Se hai già chiuso lasciami le chiavi sotto la ruota anteriore sx”

Tre minuti e il nokia aveva vibrato.

Sblocca la tastiera.

SMS: “Ok. Le chiavi le riporti domani sera alle 22. Fate i bravi. Mirko”

*

La palestra era stata una delusione quel pomeriggio, pensava Andrea una volta uscito nel parcheggio dell’orrenda struttura incastonata fra capannoni e centri commerciali.

Zero fighe, solo qualche culona alle prese con la cyclette, puzza di sudore e la sauna fuori servizio.

Il pomeriggio era salvo giusto per aver messo in funzione i muscoli, per aver lavorato sugli adduttori con perizia e impegno.

Alle nove di sera Andrea Cardinalizi era andato a recuperare la Ford Fiesta nera, lasciando la sua auto nelle stradine tutte uguali vicine all’autofficina dell’unico civile del gruppo, meccanico di fiducia pronto a ritoccare, con l’aiuto del maresciallo, macchine destinate alla demolizione e ufficialmente distrutte utili per le loro uscite serali, equipaggiate di targhe “fantasma”.

Il tempo di sorpassare un paio di semafori ed era in piazza a Paiano, per caricare il collega.

La macchinina era veramente un gioiello, ci sarebbe stato da divertirsi.

Eccoci” disse Claudio una volta salito in auto “ho portato un manganello estensibile anche per te… li ho ordinati in internet e sono veramente graziosi e comodi. Aperto sono 53 centimetri, chiuso è una spanna. Ti danno anche il suo fodero per metterlo alla cintura…”

Che giro facciamo? Stiamo a Paiano?” chiese Andrea

mmm… io farei un giro nelle campagne, così ci teniamo buono i parchi per domani…”

Dimmi tu dove andare, prima magari ci facciamo un giro del paese per vedere un po’…”

prendi la prima a destra, giriamo verso il parchetto dove c’è il monumento agli Alpini che di solito ci trovi sempre qualche marocchino col fumo…”

Percorsero le strade deserte a velocità molto ridotta, Andrea indossava ancora gli occhiali da sole nonostante facesse buio. Lo facevano sentire più sicuro, più affascinante, più duro.

Il parco si sviluppava in senso longitudinale, con un monumento che consisteva in un pezzo di marmo che doveva ricordare la forma aguzza delle montagne sormontato da un’aquila di bronzo. Attorno, qualche ciclamino assetato e un mazzetto di stelle alpine ormai secco.

Sei panchine, una dozzina di alberi e un vialetto in porfido, era il tipico spazio pubblico in un paese – e in una zona – che non offriva niente ai suoi giovani a parte i bar e l’oratorio.

Il parco era vuoto.

Non c’era nessuno.

Nessun marocchino al quale chiedere i documenti mostrando velocemente un tesserino della Guardia di Finanza comprato su internet.

Non scesero neanche dalla macchina ma proseguirono verso il cimitero.

Ora ci fermiamo un attimo che ho una sorpresina e poi mi dici dove andare in campagna” disse Cardinalizi

Il ghiaietto del piazzale del cimitero scricchiolava sotto le ruote dell’auto, i cipressi erano immobili.

I due parcheggiarono in un luogo appartato, Andrea accese la luce nell’abitacolo.

Poi con fare esperto prese la custodia di un cd, un involucro in plastica contenente della polvere bianca e il suo codice fiscale.

Aprì il sacchettino e versò delicatamente la sostanza bianca sul piano di plastica del cd, poi con la scheda schiacciò i grumi e rese la coca molto più fine.

Due, tre passate con la tessera.

Una leccata veloce al bordo, per sentire il sapore amaro in bocca.

Sistemò quattro strisce, era coca sequestrata tempo addietro a un ragazzo del posto, che avevano preso a schiaffi fino a farlo piangere.

Una banconota da dieci euro arrotolata nel naso, due tiri in successione e passò il cd al collega.

è buona, giusto un aiutino per la serata…”

*

Si rimisero in marcia, guidando ancora piano ma con gli occhi a spillo, il braccio fuori dal finestrino.

Presero le vie dei campi, intenzionati a fare visita agli immigrati che popolavano le cascine semidiroccate della campagna.

La strada si stringeva, le indicazioni stradali sparivano, solo qualche lampione e i cavi dell’alta tensione davano il segno della presenza umana.

Vai a destra, poi alla santella tieni la destra… da lì iniziano un po’ di cascine piene di negri… con il nuovo decreto sicurezza abbiamo dovuto dare l’idoneità alloggiativa a tutti per la residenza…”

Nell’altro senso di marcia non arrivava nessuno. Si infilarono nel primo cortile sulla sinistra.

Claudio bussò violentemente alla porta oltre alla quale si intravedeva una luce, l’unica che sembrava abitata nella corte.

Una, due, tre volte.

Aprì un ragazzo africano, dal fisico asciutto.

Indossava solo un paio di bermuda chiari.

Polizia!”

I due agenti fecero irruzione nella casa senza neanche estrarre il distintivo.

what… police?” il ragazzo sgranò gli occhi

Sì, polizia… ora facciamo un bel controllino in casa eh? Inizia a tirare fuori i documenti, mentre il mio collega fa un giro della casa” Andrea era eccitato. La combinazione di cocaina e adrenalina era un mix esplosivo “Sbrigati, chi ci abita qui?”

What… I no speak italiano… wait, my sister”

oè, mica abbiamo tempo da perdere, se non parli italiano sono cazzi tuoi, potevi startene in africa”

La casa era tenuta in maniera tutto sommato dignitosa, con mobili di trent’anni prima spaiati, foto alle pareti e un odore persistente che veniva dai pesci tenuti nell’acquaio, pronti per essere cucinati.

Africa dove? Tira fuori i documenti… Muoviti, permesso di soggiorno!”

Africa yes… Nigeria… my sister…”

Intanto Claudio Asperti aveva bussato a tutte le porte.

Dopo due minuti d’orologio era riunita tutta la famiglia.

Oltre al ragazzo in bermuda, Prince Eke, c’era la madre, sui 45 anni, la sorella ventenne, con un figlio di due nascosto dietro le gambe e una donna dai capelli candidi.

Allora, eccoci tutti qui… Collega, hai controllato che non ci sia nessun altro in giro?”

No one…” provò ad abbozzare un sorriso Prince.

Zitto scimmia, non ho chiesto a te!” disse Andrea mentre spingeva al petto con le mani il giovane

non c’è nessuno, ho fatto il giro… questi sono i documenti…”

bene, nazionalità nigeriana… qui c’è la signora Eke, sullo stato di famiglia c’è anche Victor Eke, anni quarantasette… dove è?” chiese Andrea rivolto alla madre, vestita in un abito tradizionale

signore… Victor è mio marito, lavoro in trasferta… Cremona…”

ah, bene… lavoriamo pure qui… e questi chi sono? Vediamo… Prince Eke, anni 17. Ogonna Eke, anni 21. Poi abbiamo Chris Eke, anni 2. La vecchia chi è?”

my mother… mia mamma… stiamo aspettando per carta di soggiorno… Stella Chikwelu”

e il marito della ragazza?” chiese Claudio “Collega, hai visto che fighetta? Non è una di quelle negre dei marciapiedi che hanno già il culone a vent’anni… questa è figa, solo non fosse negra….”

no marito” fece con tono di sfida Ogonna

mmm… un pensierino me lo faccio… facciamo che vi lasciamo stare se la ragazza si comporta bene con noi due….” Claudio era pieno di testosterone “fai sentire su….”

Ehi, don’t touch my sister!”

Tu che vuoi?” disse a muso duro Andrea, mentre il collega provava a palpeggiare la ragazza, a sollevarle la gonna di maglina, a far scendere la spallina della canottiera a costine, a infilare le mani ovunque.

Lembi di pelle scura cercavano di divincolarsi alle mani sudate dell’agente, un seno sodo spuntò dalla canotta ormai sformata e ridotta a un cencio.

Le due donne più anziane si erano ritratte, e stavano iniziando a urlare e a imprecare in chissà quale lingua.

Zitte voi, vecchie streghe! È solo un controllo!” Andrea continuava a portarsi le mani al naso “e tu, ragazzino, non rompere i coglioni!”

She’s my sister, don’t touch!”

Prince si fece avanti, appoggiando le mani sullo schienale di una sedia in legno per brandirla. Il suo corpo era un fascio di nervi, le vene del collo si erano ingrossate, gli occhi erano carichi di odio e disprezzo.

Andrea fu più rapido, etrasse il manganello a molla dalla custodia.

Un colpo, secco, sulla tempia destra.

Uno schiocco, come una frustata.

Il ragazzo cadde, battendo la testa contro la stufa.

Le donne iniziarono a strillare, il bambino a piangere.

Claudio, nonostante pantaloni e mutande ormai gli stringevano addosso, mollò il colpo.

Ti avevo detto di stare al tuo posto, scimmia… ora rialzati… muoviti!” Andrea infieriva sul corpo del ragazzo, che perdeva sangue dall’orecchio ed era fermo a terra.

Immobile.

Rivoli di sangue sul pavimento, che si impastavano sulle piastrelle consunte in cotto.

Muoviti, ti denunciamo per aggressione!”

Prince! Prince!”

che cazzo hai combinato Andrea? Non è che l’hai steso?”

non dire cazzate… e non chiamarmi con il mio nome… dammi una mano a rialzarlo…” Andrea passò un braccio sotto l’ascella del ragazzo, che non dava segni di vita. “ora lo portiamo al pronto soccorso, domani sarà ancora in forma, non è successo un cazzo…”

I due agenti sollevarono il ragazzo, la testa ciondolante sul petto.

guai a voi se dite qualcosa. Domani il ragazzo tornerà a casa”

Voi non siete polizia! Razzisti! Pigs!” la madre aveva ripreso il controllo, mentre la nonna guardava la scena con occhi di rimprovero, senza dire una parola.

Ogonna aveva preso in disparte il figlio, che piangeva a dirotto.

andiamo, su”.

I due agenti avevano guadagnato l’uscita, trascinando il ragazzo.

L’avevano poi disteso sul sedile posteriore dell’auto. Respirava a fatica.

Partirono in sgommata, senza decidere una meta.

L’hai ammazzato, coglione!”

Non dire cazzate, se tu non ti mettevi a toccare quella puttana non succedeva niente….” Andrea Cardinalizi fulminò con lo sguardo il collega “Ora dobbiamo piazzare da qualche parte questo qui”

portiamolo al pronto soccorso, no?”

sì, bella idea del cazzo. Così domani sai che succede sui giornali? Lo lasciamo da qualche parte nei campi, con i rimasugli della bamba in tasca. Domani si riprende e va a casa. Voglio vedere se prova a romperci i coglioni”

Dai, gira di qui… da queste parti c’è un fontanile, così ci diamo anche una risciacquata… però che figa la negretta…”

*

Quando scaricarono il corpo di Prince Eke, 17 anni, aveva smesso di respirare.

I due fecero finta di non accorgersene, e lo adagiarono sul fondo di un fosso, giusto il tempo per togliere il sangue appiccicoso dalle mani con l’acqua del fontanile.

*

Al terzo squillo, Andrea Cardinalizi rispose.

Aveva passato una notte insonne e sudata, la gola arsa e il naso in fiamme. Per fortuna per lui era giorno di riposo.

Come è andata ieri?”

Ciao Nicola, è successo un mezzo casino… ti spiego poi stasera… nulla di preoccupante…”

beh, basta che non ci fate sputtanare….”

Stai tranquillo, maresciallo” intanto Andrea preparava la macchinetta del caffè “niente di che davvero… un negro che mi voleva tirare una sediata… oggi sarà già in giro con qualche livido e due cerotti. Ti dico solo che si era pisciato addosso dalla paura, starà zitto e buono… Un ragazzino, stava tutto pisciato e svenuto…”

Recupera ancora la Fiesta, noi veniamo con l’altra… ci vediamo più tardi direttamente al piazzale del cimitero”

*

Il piazzale del cimitero era vuoto quella sera, non c’era neanche una coppietta infrascata nell’angolo più riservato.

L’unica luce era quella azzurrina dello schermo del cellulare dell’agente Cardinalizi, che nervosamente aspettava un sms o una chiamata dal maresciallo Preianò mentre il collega Asperti tamburellava con le dita sul cruscotto della Fiesta.

Erano in ritardo, i caramba.

Per precauzione quella sera si erano portati anche dei passamontagna a tre fori.

Due fari che danno tre colpi di abbaglianti, il rumore di una macchina che si avvicinava lentamente.

Fuori, solo il muro di cinta del cimitero, il profilo dei cipressi e uno squarcio di luna.

Caldo, anche alle undici di sera.

Sembrava che l’afa avesse impregnato la ghiaia del parcheggio, pronta ad infilarsi dai finestrini e non dare tregua manco quando il sole era tramontato.

La macchina con a bordo i tre carabinieri e Mirko il meccanico si affianca alla Fiesta.

vi stavate scambiando effusioni, cari i miei vigili?” disse l’appuntato

toh, con una macchina così composta si potrebbero scrivere nuove barzellette sui carabinieri…” rispose prontamente Andrea

dove andiamo di bello stasera? Giro di cortesia dalle puttane? Oppure ieri avete visto qualcosa di interessante?” il maresciallo Preianò fremeva, gli brillavano gli occhi.

Possiamo ritornare dove siamo stati ieri, così diamo un occhio alla situazione… poi facciamo tutto il giro dei cascinali…” Claudio aveva per la prima volta proposto – timidamente – qualcosa

e allora aggiudicato! Magari ci portiamo via un paio di clandestini, giusto per gradire! Vi seguiamo, che ‘ste minchia di strade di campagna sono tutte uguali per me”

Giri di chiave.

Piede su frizione e accelleratore.

Le due macchine si dirigevano fuori dal centro abitato.

Non incrociarono nessuno o quasi: un paio di biciclette, una Clio con della musica da discoteca a tutto volume, un cane solitario.

Pochi minuti, e le due auto presero le strade di campagna.

L’unico rumore era quello delle rane nei fossati.

La santella, dedicata alla Madonna dei Campi, con un unico cero come simbolo di devozione.

Per la seconda sera consecutiva la Fiesta nera si infilava nella corte della prima cascina.

C’era ancora la luce che si intravedeva dietro la porta, mentre si sentiva, sommesso, una musica.

Qualche nenia africana, qualche tamburello da negri” pensava Andrea Cardinalizi mentre si infilava il passamontagna per non farsi riconoscere dopo “l’inconveniente” della sera prima.

Al mio tre dentro, pistole in pugno e passamontagna… sai che bella sorpresa….” il maresciallo era cinico, godeva nel vedere la paura negli occhi delle persone. Si divertiva anche a seviziare le prostitute che battevano lungo la strada provinciale: le portava con sè, in qualche casa abbandonata e ritornavano poi al loro posto di lavoro con gli occhi gonfi di pianto, bruciature di sigarette, tumefazioni per tutto il corpo e l’umiliazione di non poter far parola con nessuno di quanto successo.

Uno.

Due.

Tre.

La porta della cascina non si oppose al calcio di uno dei carabinieri ma lasciò aperto un varco verso la prima stanza della casa.

La musica proveniva da un vecchio mangiacassette, le tre donne della sera prima erano riunite nella stanza, riempita di fiori e candele.

Del bambino e di Prince neanche l’ombra.

Le tre generazioni di africane, vestite con abiti sgargianti, quasi sussurravano una nenia che accompagnava i tamburi africani del nastro, e sulle prime fecero finta di non accorgersi dell’irruzione.

Poi la signora Eke prese la parola, mentre la figlia e la madre continuavano a salmodiare.

sapevamo voi tornare” I sei si guardarono, perplessi. “Vi aspettavamo”.

Le donne aumentarono il tono del loro canto, mentre i due agenti della Polizia Locale, i tre carabinieri e il meccanico si erano pietrificati, cercando l’uno nello sguardo dell’altro una soluzione alla situazione.

Poi alle loro spalle la porta si riaprì, come mossa dal vento.

I sei uomini si girarono, e videro Prince Eku, scalzo e vestito solo di un paio di bermuda. Il sangue colato la sera prima dalla sua testa si era rappreso fra l’orecchia, il collo e il petto.

Il ragazzo fissava nel vuoto, e avanzava, con una vanga in mano.

Mio figlio si stava scavando la sua tomba” disse la signora Eku, tranquilla “ieri l’avete ucciso”

che cazzo dice questa?” fece uno dei due carabinieri più giovani all’indirizzo del suo superiore.

Il ragazzo si avvicinò alla nonna, che gli aprì la bocca e vi inserì un impasto verde che teneva in una ciotola, muovendo poi la mandibola del giovane per fargli masticare e deglutire l’intruglio.

La litania si alzava di volume, e Prince, o quello che ne era rimasto si mise davanti ad Andrea Cardinalizi.

L’agente iniziava ad avere freddo, nonostante fossero i giorni più torridi dell’anno. Un rivolo di sudore ghiacciato gli scendeva dalla nuca e si fermò nel colletto della camicia.

Le gambe gli tremavano, i muscoli non rispondevano ai comandi.

Strinse l’impugnatura sudata della pistola con più forza, mentre le nocche gli diventavano bianche.

Allontanati, vattene, sciò” furono le parole che gli uscirono dalla bocca.

Il ragazzo masticava e aveva lo sguardo assente nella sua direzione.

Andrea riusciva a notare il segno della bastonata sulla tempia della sera prima e le pupille, bianche, del giovane africano, che teneva la vanga arrugginita con entrambe le mani.

Andrea si stava pisciando sotto, sentiva l’interno della coscia umido e caldo.

Non capiva, o forse aveva capito fin troppo bene.

Vide arrivare il colpo di vanga come fosse al rallentatore, lo sentì schiantarsi di taglio sul lato sinistro della sua testa, sentì le urla e gli spari dei colleghi.

Un colpo.

Poi la vanga che riesce a disincastrarsi dalla poltiglia che cervello e frammenti di cranio avevano formato e cala ancora, fra occhio e naso.

Andrea Cardinalizi aveva rilasciato gli sfinteri, e il suo corpo crollato a terra sotto i colpi di Prince Eku era un fagotto immobile di piscia, merda e sangue.

Le donne cantavano ancora, mentre i carabinieri sparavano con le Beretta 92 S, calibro 7.65 Parabellum in dotazione.

Uno, due, sette, dieci colpi.

I proiettili sembravano incastonarsi nel corpo di Prince, lasciando solo il segno di una bruciatura.

Non lo abbattevano, mentre cercava di colpire i cinque incursori con la sua vanga.

Mirko gli si gettò addosso, mentre avanzava verso un carabiniere.

Provò con i pugni, provò con un placcaggio nello stile del rugby, ricevette incambio un colpo con la punta della vanga nel collo che gli spezzò il respiro, facendolo accasciare.

Il ragazzo africano era una furia, colpiva con metodo le zone molli, mentre i quattro uomini rimasti in piedi provavano a ripararsi dai colpi.

La vanga fendeva le teste, tagliava, faceva schizzare denti e sangue per tutta la stanza: il maresciallo Preianò fece in tempo a fare un sorriso beffardo prima di trovarsi la trachea recisa da un colpo vibrato a due mani. La stanza gli girava.

Luce, fortissima, poi buio.

I due appuntati provarono in un disperato tentativo ad abbattere il giovane colore dell’ebano con una lampada d’ottone, senza alcun risultato se non di farlo girare nella loro direzione e farsi colpire una decina di volte a testa.

Morirono quasi nello stesso istante, e a nessuno dei due passò davanti agli occhi la propria vita come in un film. Solo dolore, atroce, e il cuore che smette di pompare il sangue.

Le donne non dicevano niente, cantavano, le mani in grembo e la testa bassa.

Era un canto di morte, un canto per un funerale.

La stanza era ridotta a un macello: tende strappate, vetri rotti, odore di cordite, sangue scuro e denso su pavimento e muri.

Mirko, strisciando per terra cercò di guadagnare l’uscita, tenendosi il collo e l’addome.

Ogni volta che inspirava aria nei polmoni gli sembrava di sentirsi bruciare dentro.

Non pensava a niente, solo alla porta. In mano stringeva ancora le chiavi dell’auto. Voleva solo aprire la portiera e partire, a tutta velocità.

Scappare a quell’inferno, a quel morto vivente e a quelle tre streghe che cantavano senza alzare lo sguardo.

La stanza era in penombra, illuminata solo dalle candele.

Ogni metro guadagnato sul terreno gli costava una fatica enorme.

Un pezzetto di pavimento, vischioso di sangue.

Un’altro.

Il piede che spinge il peso del corpo, la cintura che striscia per terra, rigando il cotto.

Poi una mano gli prese la caviglia. L’istinto di Mirko, 39 anni e un’autofficina bene avviata, fu quello di girarsi.

Giusto il tempo per vedere Prince Eku alzare il manico di legno della vanga e prendere la mira per colpire il centro preciso della scatola cranica.

Dopo l’ultimo colpo le donne abbassarono il volume del canto.

Prince Eku era fermo, immobile, la vanga nella mano destra, gocciolante sangue.

In yoruba la nonna lo chiamò a sé e prese ad accarezzargli il capo.

Poi, gli chiuse gli baciò gli occhi completamente bianchi e gli sussurrò, sempre nella loro lingua madre: “figlio mio, sei stanco, ora devi coricarti.”

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2 commenti»

  cauz. wrote @

so che non sara’ il posto migliore per un commento.
pero’ respect per la citazione del professore a campeggiare su ogni pagina.
questione di stile.

“gli avversari hanno il sapore dei datteri”

  Roby wrote @

complimenti, molto bello!
i particolari (aggettivi, ambiente, i 5 sensi) e i pensieri dello sbirro son eccezzionali.
grande!
Roby


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