Karletto

“Tutte le mattine devo alzarmi odiando qualcuno.” Prof.F.Scoglio

la riscrittura

C’è un ex ministro e – a detta sua – ex fascista, che ora fa il sindaco.

O meglio, fa lo sceriffo, e “amministra” la città più grande d’Italia sproloquiando su rom e sicurezza.

Nel frattempo Gianni Alemanno trova anche il tempo per rilasciare delle dichiarazioni quantomeno interessanti a Repubblica: interessanti perchè sono strumento della destra al governo di “sdoganare” gli amici scomodi, chi negli anni di piombo militava se non proprio insieme almeno a fianco di attuali ministri del governo Berlusconi.

Il genero di Pino Rauti [Alemanno è sposato con Isabella Rauti, figlia dell’esponente della linea “perdente” – in contrapposizione a quella di Almirante – dell’MSI. Corrente alla quale apparteneva lo stesso Alemanno, segretario del Fronte della Gioventù dal 1988 al 1991] lascia tutti di stucco in un’intervista concessa al quotidiano diretto da Ezio Mauro a inizio agosto, nei giorni a ridosso del ventottesimo anniversario della Strage di Bologna.

Alemanno parla a ruota libera degli anni ’70 e della bomba alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, in un’operazione pericolosa per la riscrittura della storia: oltre  all’attribuzione della responsabilità della violenza degli anni Settanta all’estrema sinistra partendo dallo slogan “uccidere un fascista non è reato” e presentando la violenza della destra come una semplice risposta [mentre era organica agli apparati di potere, disciplinata spesso da questi e usata a mò di provocazione verso la sinistra] Alemanno trova il tempo di “suggerire” la pista palestinese per l’attentato di Bologna, dove persero la vita 85 persone.

Citando Cossiga Alemanno spinge sul coinvolgimento del FPLP [Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, guardacaso movimento di sinistra che si batte per la causa palestinese] nell’attentato, cercando di sviare l’attenzione sul coinvolgimento dell’estrema destra [Mambro, Fioravanti e Ciavardini] in un tentativo di riabilitazione dei picchiatori [e non solo] fascisti degli anni ’70.

Le affermazioni di Alemanno si vanno ad inserire benissimo in quella nebbia che ha avvolto la ricerca di verità rispetto a quella bomba, a quei 23 kilogrammi di di nitroglicerina e tritolo esplosi alle 10:25 di quel giorno di agosto: la strategia della tensione, i depistaggi, le false dichiarazioni sono il contesto ideale dove Alemanno può cercare di riabilitare un’intera generazione [la sua generazione, tra l’altro] di fascisti, apostrofando le verità dei tribunali come “verità comode e ideologiche”.

Parlando di depistaggi [specialità olimpica probabilmente, dove l’Italia può schierare l’evergreen Cossiga], per la stazione di Bologna sono stati condannati il Venerabile Maestro della P2 Licio Gelli, l’ex agente del SISMI Francesco Pazienza, gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, l’ex direttore del SISMI di Firenze Federico Mannucci Benincasa, l’estremista di destra Massimo Carminati e il delinquente comune legato alla destra extraparlamentare Ivano Bongiovanni.

Rispetto alla fantomatica “pista palestinese”, i sostenitori di questa teoria [fra i quali il giornalista Andrea Colombo, già al Manifesto e ora a Liberazione] si basano sulla presenza a Bologna, in quei giorni, di Thomas Kram, esperto nella falsificazione di documenti [e non in esplosivi] per conto dell’estrema sinistra tedesca degli anni ’70.

Altro “indizio” per il quale per Alemanno la strage di bologna non è stata una strage fascista [come l’ex sindaco felsineo Guazzaloca nelle celebrazioni dell’anniversario della strage ha sempre sostenuto, omettendo la formula ufficiale che indicava come “fascista” la strage] sono alcune dichiarazioni del guerrigliero venezuelano Carlos, ora detenuto in Francia.

da Forum Palestina:

Per quanto riguarda “Carlos”, l’intervista da lui rilasciata all’ANSA lo scorso 30 giugno, per il tramite del suo avvocato italiano, in realtà riguarda in massima parte il sequestro di Aldo Moro e quello che, a suo dire, fu un tentativo di mediazione dell’OLP, insieme ad una parte dei servizi segreti italiani, per ottenere la liberazione del presidente democristiano. Dopo aver fornito il suo punto di vista sulle contraddizioni esistenti fra diverse fazioni dei servizi italiani e su altre vicende di quegli anni, “Carlos” risponde alla domanda esplicita dell’intervistatore, Paolo Cucchiarelli, in merito alla strage di Bologna:

Domanda:

Una sola domanda sulla strage di Bologna visti i molti riferimenti fatti da lei nel tempo e che sembrano alludere ad una ipotesi da lei mai espressa ma che potrebbe essere alla base delle sue osservazioni. Cioè agenti occidentali che fanno saltare in aria – con un piccolo ordigno – un più rilevante carico di materiale esplodente trasportato da palestinesi o uomini legati all’Fplp e alla sua rete con l’intento di far ricadere su questa ben diversa realtà politica tutta la responsabilità della strage alla stazione.

Risposta:

L’attentato contro il popolo italiano alla stazione di Bologna “rossa”, costruita dal Duce, non ha potuto essere opera dei fascisti e ancora meno dei comunisti. Ciò è opera dei servizi yankee, dei sionisti e delle strutture della Gladio. Non abbiamo riscontrato nessun’altra spiegazione. Accusarono anche il Dottor Habbash, nostro caro Akim, che, contrariamente a molti, moriva senza tradire e rimanendo leale alla linea politica del FPLP per la liberazione della Palestina. Vi erano dei sospetti su Thomas C., nipote di un eroe della resistenza comunista in Germania dal febbraio 1933 fino al maggio 1945, per accusarmi di una qualsiasi implicazione riguardo ad un’aggressione così barbarica contro il popolo italiano: tutto ciò è una prova che il nemico imperialista e sionista e le sue “lunghe dita” in Italia sono disperati, e vogliono nascondere una verità che li accusa.

Insomma, “Carlos” non solo smentisce la “pista palestinese”, ma accusa direttamente gli apparati occulti americani, israeliani ed italiani di aver ordito e realizzato la strage. Il fatto che escluda anche la responsabilità dei fascisti, con la bizzarra postilla della stazione “costruita dal Duce”, non significa altro che il rafforzamento della sua convinzione di una pista internazionale, ma nella direzione opposta a quella indicata da Cossiga, Fini e Alemanno, da una parte, e da Andrea Colombo dall’altra. Del resto, in tutta la storia dello stragismo e dell’eversione nera, l’intreccio fra il sottobosco neofascista e apparati interni ed internazionali, particolarmente statunitensi, è sempre emerso con grande puntualità. Non si capisce, quindi, come le parole del detenuto nel carcere di Poissy possano essere utilizzate per dimostrare il contrario di ciò che dicono… ma questo bisognerebbe chiederlo ad Alemanno ed a quelli come lui.

Sempre alle stesse persone, e ad un gran numero di giornalisti, bisognerebbe chiedere anche perché continuino a presentare in termini tanto misteriosi la figura di Thomas Kram, quasi che di lui non si sappia nulla, se non che da qualche tempo si trova nelle carceri tedesche. Ebbene, già nel giugno dello scorso anno, Saverio Ferrari si è occupato della pista palestinese e di Kram, in un suo articolo su “Osservatorio Democratico sulle nuove destre” dedicato al libro scritto da Andrea Colombo sulla strage di Bologna, libro accusato – per inciso – di voler accreditare l’innocenza di Mambro, Fioravanti e Ciavardini “omettendo deliberatamente le carte giudiziarie più scomode”.

A proposito della “pista palestinese” Ferrari scrive: “Colpisce, infine, l’ultimo capitolo in cui, si rilancia la stessa fantomatica pista palestinese sulla quale da qualche anno alcuni deputati di Alleanza nazionale si affannano, millantando la presenza del terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, o di suoi uomini, a Bologna, in veste di stragisti al servizio del Fronte popolare per la liberazione della Palestina di George Habbash. È più che noto, infatti, che già all’epoca, non solo recentemente, si appurò che il terrorista Thomas Kram, esperto in falsificazione di documenti e non in esplosivi, fosse presente a Bologna nella notte fra tra l’1 e il 2 agosto, alloggiando nella stanza 21 dell’albergo Centrale di via della Zecca. Presentò nell’occasione la sua patente di guida non contraffatta. Fu precedentemente fermato e identificato al valico di frontiera sulla base di un documento di identità valido a suo nome. Non era al momento inseguito da alcun mandato di cattura. La questura di Bologna segnalò i suoi movimenti all’Ucigos che già in quei giorni conosceva tutti i suoi spostamenti. Un terrorista stragista, dunque, non in incognito che viaggiava e pernottava in albergo con documenti a proprio nome (!). Una pista vecchia, già archiviata data la comprovata mancanza di legami tra Thomas Kram e la strage. Per altro Kram risultò non aver mai fatto parte dell’organizzazione di Carlos. (…)”.

Ma c’è di più: il 2 agosto del 2007, proprio sul quotidiano in cui Andrea Colombo ha lavorato per anni, il Manifesto, il suo collega Guido Ambrosino pubblica un lungo articolo dal titolo “Bologna, l’ultimo depistaggio”, in cui il misteriosissimo Thomas Kram – a Berlino in libertà provvisoria, dopo essersi costituito nel dicembre 2006 – si lascia tranquillamente intervistare. Dall’intervista di Guido Ambrosino: “«Ho scoperto su internet che la bomba potrei averla messa io. Un’assurdità, sostenuta addirittura da una commissione d’inchiesta del parlamento italiano, o meglio dalla sua maggioranza di centrodestra, nel dicembre 2004. Deputati di An, e altri critici delle sentenze che hanno condannato per quella strage i neofascisti Fioravanti e Mambro, rimproverano agli inquirenti di non aver indagato sulla mia presenza a Bologna». Per Kram è una polemica pretestuosa: «Non sono io il mistero da svelare. Non lo credono nemmeno i commissari di minoranza della Mitrokhin. Viaggiavo con documenti autentici. La polizia italiana mi controllava, sapeva in che albergo avevo dormito a Bologna, il giorno prima mi aveva fermato a Chiasso. Come corriere per una bomba non ero proprio adatto»”.

L’articolo e l’intervista demoliscono l’impianto del libro di Colombo e, più in generale, la “pista palestinese”, anche con alcuni particolari che, se non si trattasse di fatti tanto drammatici, indurrebbero al sorriso. Secondo Ambrosino, il lavoro di Colombo “si riduce a un paio di forzature”, particolarmente per quanto riguarda la latitanza di Kram, che – secondo Colombo – sarebbe durata ben 27 anni, cioè dal 1979, quando lo stesso Kram è invece sempre stato reperibile almeno fino al 1987, quando contro di lui viene spiccato un mandato di cattura per appartenenza alle Cellule Rivoluzionarie. Nella pista palestinese sarebbe coinvolta anche un’altra militante dell’estrema sinistra tedesca, Christa Frolich, che – secondo la testimonianza di un cameriere di albergo – lavorava come ballerina nei pressi di Bologna e il primo agosto 1980 si sarebbe fatta portare una valigia alla stazione di Bologna, mentre il 2 agosto avrebbe telefonato (parlando italiano con accento tedesco) per accertarsi che i suoi figli non fossero stati coinvolti nell’esplosione. Scrive Ambrosino: “Christa Fröhlich ha ora 64 anni, insegna tedesco a Hannover. Confrontata con questa descrizione, non sa se ridere o piangere: «Non ero a Bologna. Non ho figli. Mai un ingaggio da ballerina. E nel 1980 non sapevo una parola di italiano»”.

Se pensiamo che uno dei cardini principali della “pista palestinese” è costituito dai lavori della “Commissione Mitrokhin”, anche noi non sappiamo se ridere o piangere. Addirittura nel dicembre 2005, sull’Espresso, l’operato di quella Commissione veniva già definito come “L’ennesimo polverone. Per far riaprire l’inchiesta sulla strage di Bologna e riabilitare gli estremisti di destra Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, già condannati per l’attentato”. Dal medesimo articolo si apprende anche, peraltro, che le stesse risultanze della Commissione Mitrokhin escludevano ogni coinvolgimento di Thomas Kram nella strage di Bologna.

La domanda, a questo punto, è: perché, contro ogni evidenza ed ogni riscontro, in questo agosto 2008 c’è chi tenta di riciclare vecchie bufale, magari contando sui riflessi appannati di un’opinione pubblica martellata da campagne sulla “sicurezza” minacciata da zingari ed immigrati, tanto da richiedere paracadutisti, alpini e bersaglieri per le strade delle nostre città? Probabilmente, la risposta è nella premessa: per mettere mano alla Costituzione, la Destra ha bisogno di svecchiare i propri armadi, facendone opportunamente sparire gli scheletri di troppo. Lo scheletro più ingombrante è senza dubbio quello datato 2 agosto 1980, rimosso il quale sarà assai più semplice rimuovere tutti gli altri… si, perché,se si riesce a convincere, contro ogni evidenza storica e giudiziaria, che la strage di Bologna è stata opera dei Palestinesi, domani si potrà legittimamente sostenere che quella di Piazza Fontana fu veramente opera degli anarchici e così via. Senza dimenticare che accollare proprio ai Palestinesi la più orrenda delle stragi consente alla fava revisionista di cogliere un secondo piccione: oltre alla definitiva legittimazione interna, la nuova Destra di governo rimedierebbe anche l’imperitura gratitudine di Israele e delle sue lobby, mentre a protestare per l’ennesima infamia commessa ai danni di un popolo sempre più martoriato rimarrebbero in pochi, come – effettivamente – sono in pochi, almeno ai livelli che contano, quelli che continuano a sostenere le ragioni e il diritto all’esistenza del popolo palestinese. Eppure, a dubitare della riuscita di un’operazione così spregiudicata ci aiuta la frase di un uomo importante, uno di quelli che, piaccia o no, la storia l’hanno fatta, non hanno solo cercato di riscriverla a proprio piacimento. Quell’uomo, che di nome faceva Abramo Lincoln e di mestiere il Presidente degli Stati Uniti, amava ripetere: “Si può ingannare tutti a volte, qualcuno sempre, ma non è possibile ingannare tutti tutte le volte”. Sarà bene che Alemanno e quelli come lui lo tengano presente.

*

Siamo in pieno clima olimpico: mentre bestemmio verso i dirigenti RAI che mi propinano scherma e nuoto mentre vorrei vedere la partita della nazionale olimpica di calcio [sì, sono italiano medio] due righe vanno dedicate alla cerimonia di apertura.

I commenti più arguti rispetto a come i media italiani stanno trattando l’olimpiade cinese li trovate sul blog di Beirut, nella sua rubrica Cazzate Olimpiche. Io mi sono visto tutta la – pacchiana – cerimonia di apertura, ho visto sfilare tutte le squadre, alcune vestite da stilisti stretti parenti di Ray Charles.

Medaglia di merda ai commentatori RAI della cerimonia, che all’ingresso della delegazione israeliana si sono sperticati in lodi per il coraggio di un popolo che deve combattere tutti i giorni contro il terrorismo, contro la guerra in casa. Neanche una parola rispetto alle stragi di palestinesi, i bombardamenti della popolazione civile, l’occupazione, le prepotenze. Niente.

In compenso, quando i quattro atleti della delegazione palestinese sono sfilati, sono stati liquidati con due battute sprezzanti rispetto al fatto che due di loro fossero nuotatori in un territorio che in pratica non ha accessi al mare [nonostante Gaza sia sulla costa ma sapete com’è, Israele vuole isolare la popolazione palestinese bloccando anche le comunicazioni via mare da e per la Striscia di Gaza]. Fare sport – scontato per buona parte del mondo, Israele compreso – in Palestina è terribilmente difficile, è un’impresa, e due parole da parte di sedicenti giornalisti sulla caparbietà di un popolo così vessato dall’occupazione israeliana sarebbero state d’obbligo.

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1 commento»

  laura wrote @

vabbè, dieci minuti or sono i commentatori RAI hanno sfoderato la loro enciclopedica capacità di usare google sciorinando paro paro questa paginetta, terzo risultato cercando “yao ming”:

http://it.health.yahoo.net/c_news.asp?id=13347

non bisseranno la medaglia di merda, ma…


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