Karletto

“Tutte le mattine devo alzarmi odiando qualcuno.” Prof.F.Scoglio

La prima volta che ho visto i fascisti

un breve racconto, scritto anni fa e finito sul progetto di narrazione collettiva curato da Wu Ming “La prima volta che ho visto i fascisti”,  46 fra racconti e testimonianze raccolti per il 60° anniversario della Liberazione.

Ora non so se lo ri-scriverei così, ma tant’è.

La prima volta che ho visto i fascisti forse non me la ricordo precisa come vorrei.
O meglio, mi ricordo il momento preciso della presa di coscienza del dire: – Quelli sono i fascisti.
Ho qualche ricordo, sfocato, di quando ho iniziato a rendermi conto che i fascisti esistevano per davvero, ed erano anche terribilmente vicini.
Voglio dire, io ho avuto un’educazione tipica per un ragazzo nato alla fine degli anni ’70 nella provincia più “bianca” d’Italia, Bergamo: tutti i sacramenti, chierichetto, oratorio, due genitori che di politica non parlavano mai. Mio padre quando, più grandicello, gli chiesi: “dove hai fatto il ’68?” – incuriosito dai racconti sulle gesta dei genitori fatti da amici figlidella borghesia di sinistra cittadina – mi rispose molto laconicamente “a lavorare… mica lo sapevamo che era il ’68”. Piccola nota temporale ora l’educazione politica gliel’ho fatta io, e da quando è in pensione è diventato membro attivo della CGIL e di un partito della sinistra parlamentare che fu comunista e ora ha una sigla di un paio di lettere, un segretario magro ma del quale purtroppo mi sfugge il nome…
Dunque, io dei fascisti sapevo poco o niente, così come dei comunisti o dei socialisti.
Sapevo solo che al mio paese c’era al governo la Democrazia Cristiana, e, da fanciullo timorato di Dio, mi sembrava cosa buona e giusta che le 5000 anime all’imbocco della Valle Brembana che mi vedevano membro della loro comunità fossero amministrate da chi era amico di Reagan, Rambo, Rocky uno due tre e anche quattro.
Ma di fascisti, neanche l’ombra.
Iniziai a intuire qualcosa quando, quasi per sbaglio, i miei genitori mi portarono ad una manifestazione del 25 aprile, il Municipio era adornato dai tricolori e c’erano dei vecchietti [mica tanto vecchietti all’epoca, probabilmente erano 20 anni fa…] con dei fazzoletti rossi al collo.
– Mamma, chi sono quelli?
– Sono i partigiani, che hanno liberato l’italia dai fascisti.

Ah.
Sticazzi.
Intanto, con l’avanzare dell’età da un lato avevo messo da parte la curiosità per questi avvenimenti che mi parevano folklore, dall’altra cercavo di fare la versione sfigata del “tempo delle mele”: i miei amici giocavano tutti al gioco della bottiglia, portando a casa baci addirittura con la lingua e io niente.
E allora iniziai a fare l’alternativo, a farmi crescere i capelli in terza media. Che se te li fai crescere alle medie di un paese in provincia di Bergamo di sicuro da grande passi per drogato, ma per prima cosa te li fai crescere inizialmente solo dietro, in modo che alla fine il risultato era un bel “mullet” [gloriosa pettinatura portata con fierezza da una serie di categorie sociali che di sicuro sono delle Forze Soggettive della Rivoluzione Socialista, capello lungo dietro e corto sopra e via andare].
E con una pettinatura diciamo anche un po’ fuori dagli standard della moda dei primi anni ’90 mi presento al liceo.
Liceo classico, l’unico di Bergamo. Un po’ snob, e io con mullet e un vago malessere giovanilistico-ribellista arrivo a scuola prendendo 2 pullman per arrivarci e partendo da casa a orari probitivi, mica come i ragazzi-bene che arrivavano con motorini nuovi fiammanti.
Il capello era lungo, scegliere “da che parte stare” era facile: anche perché erano gli anni delle Posse, risentivamo ancora di un’onda lunga post-pantera che ti portava a “schierarti”.
Io i primi fascisti di cui ho avuto sentore erano nelle canzoni dei 99 Posse, oltre che nei cori delle prime manifestazioni: “eeeeeeeeeroina-fascistiepolizia-uno-peruno-vispazzeremovia”, con la e iniziale bella lunga perchè ci vuole un po’ di enfasi e rigore rivoluzionario…
“Se vedo un punto nero gli sparo a vista”.
Eh, ma io di fascisti non ne avevo mai visti, di fascisti veri, non dei compagni di scuola altoborghesi che per distinguersi facevano i monarchici, o i destroidi da quattro soldi.
Poi, una mattina, fermata del pullman. Assonnato e con alito pestilenziale, maglia del che e manifesto in tasca, vedo uno strano personaggio alla mia stessa pensilina.
Alto, grosso, quasi statuario mi sembrava. Anfibi, pantaloni risvoltati, capelli cortissimi, bomber con una toppa stran, un quadrifoglio con la scritta ANP. Bah. Lo vidi volantinare dei volantini contro la droga o il complotto demoplutomassogiudaico, forse ne ho anche una copia a casa ancora.
Poi capii.
Era un fascista.
Me lo spiegarono quelli più grandi di me dei collettivi studenteschi che frequentavo, mi dissero nome e cognome del personaggio, era l’unico fascista “credibile” di Bergamo.
Poi aggregò un ragazzo della mia scuola, dalle simpatie destre ma moderate [aveva la foto di Andreotti e di Ciarrapico sullo zaino, vi lascio dire].
I fascisti.
Forse la volta che li ho visti nel loro incedere che dovrebbe essere marziale ma alla fine è un po’ goffo fu sempre in quegli anni, un sabato pomeriggio.
La mattina era circolata la voce che “i fasci” sarebbero arrivati a farci visita all’Obelisco, un oscuro monumento vagamente fallico in centro a Bergamo dove si aggregava in modo spontaneo una masnada di alternativume sinistroide sparso, dagli skaters ai militanti purieduri.
Dovevano picchiare “un negro”, un ragazzo di colore [si può dire, “di colore”? o è politicamente scorretto?] che avevano minacciato ad una festa la sera prima e, dato che non avevano potuto farcire di Zyklon B sul posto, volevano riempire di arianissimi schiaffi. Il passaparola aveva funzionato, alla faccia dei cellulari e degli sms che ancora non esistevano in maniera così diffusa fra tutti gli strati della grande massa rivoluzionaria, e quel sabato pomeriggio c’erano circa 150 persone ad aspettare le nuove SS che avevano minacciato sfraceli.
Poteva essere una scena da mezzogiorno di fuoco, se non fosse stata ambientata a Bergamo e si fronteggiassero da una parte 150 “autonomi” – in larga parte ragazzini brufolosi – e dall’altra una 15ina di naziskins troppo abbigliati male per essere dei naziskins. i fascisti arrivarono compatti, o forse si stringevano l’uno all’altro per la paura del nostro numero.
Io ero in uno stato di tensione assoluto, fumavo, mettevo a posto il walkman e mi toglievo gli occhiali; a parte da bambino non avevo mai fatto a botte “seriamente”, e quella poteva essere l’occasione. Ero pronto a dimostrare che c’ero, che si poteva contare su di me, che avevo capito l’importanza storica di quel momento per tutto il movimento bergamasco.
Restarono a distanza, e vidi per la prima volta “i fascisti”, inteso come gruppo. Fecero timidamente partire un coro, poi ci diedero le terga e fecero per ripartire.
Nessuno di noi fece niente, inorgogliti di averli messi in fuga solo con il numero.
Quasi nessuno, anzi.
Dal nostro gruppo partì solitario un kamikaze, a mani nude. La furia del socialismo potè più del numero per velocizzare la dipartita dall’ Obelisco della legione di boneheads.
Ad arrivare ad oggi i fascisti li ho visti poche volte, ultimamente purtroppo con sempre più frequenza, fino a prendermi un paio di coltellate da un gruppetto di loro l’estate passata… forse si volevano prendere la rivincita rispetto alla prima volta che ho visto i fascisti?

Annunci

No comments yet»

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: